Caselle e Pannizze - Telesianarrando
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Caselle e Pannizze

Pino Fappiano

Nato a Cerreto Sannita nel 1956, vive a Cerreto Sannita, geometra e guida turistico-ambientale, lavora come impiegato a Benevento. Da molti anni è impegnato con la sua associazione “Fronte Sannita per la Difesa della Montagna” nella difesa dei monti del Matese dalla devastazione dell’eolico selvaggio.

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Caselle e Pannizze  i reperti della “transumanza” sul Matese Sud-Orientale

Tra le molte testimonianze, ancora visibili, che l’uomo antico ci ha tramandato ci sono le piccole costruzioni in pietra a secco, dette “caselle” e “pannizze”, che disseminano, ancora oggi, gli antichi e rigogliosi pascoli che abbondano su tutto il territorio del Matese Sud-Orientale.
Considerando che, fino al 1700 su questo vasto territorio, costituito principalmente da pascoli, incidevano oltre un milione di animali, tra pecore, capre e mandrie di mucche e cavalli, possiamo dire che si tratta di montagne molto “vissute” sin dall’antichità perché attraversate da “tratturi”, le  antichissime strade della Transumanza. La “Transumanza” è una “pratica pastorizia” che risale alla notte dei tempi, di quando l’uomo preistorico seguiva le mandrie di animali selvatici che, istintivamente, segnavano le strade dello svernamento per poi ritornare in primavera e raggiungere i pascoli degli altipiani matesini. Quando l’uomo divenne allevatore e pastore ebbe l’esigenza di “convivere” con gli animali al pascolo. E, quindi,la necessità di costruirsi piccoli ricoveri con i materiali presenti sul luogo fedele alla filosofia di non essere “invadente” ma utilizzare solo ciò che la natura e l’ambiente metteva a disposizione.

Da qui la nascita di queste strane costruzioni in pietra appoggiate l’una sull’altra che si reggono quasi magicamente in un equilibrio che sfida le regole della fisica. Costruzioni molto meno aristocratiche dei “Tholos” o dei “Trulli” pugliesi (vere e proprie abitazioni) oppure dei “Nuraghe” sardi ma molto più vicine alle costruzioni dei pastori greci ed alle “cabanne” Liguri.

Questa tecnica costruttiva ha probabilmente due origini. La prima ipotesi che potremmo fare è che il popolo Osco (popolo autoctono pre-Sannita che abitava da sempre queste terre) intesseva ottimi rapporti commerciali con i Greci di cui assorbì molti usi e costumi e non è escluso che gli Oschi abbiano appreso da essi questa tecnica costruttiva.

La somiglianza con le “cabanne” liguri, invece, ha ragioni molto diverse e non basate su “interscambio culturale” tra civiltà diverse ma per la scelta politica e repressiva di Roma dopo la definitiva sconfitta dei “Sanniti” da parte dei romani guidati da Silla. Infatti Silla, dopo aver sconfitto i “Sanniti Pentri” (le altre tre tribù Sannite si erano già arrese ad tempo a Roma), ne raccolse circa 8.000 in “Campo di Marte” e li passò per la spada uno a uno per poi esporre pubblicamente le teste mozzate a monito per quei Sanniti che avessero avuto voglia di vendetta. Dopo il genocidio dei Sanniti, Roma ebbe la necessità di ripopolare questi territori con popoli non autoctoni per spezzare ed annullare eventuali focolai ribelli Sanniti sfuggiti alla strage. Per questo motivo furono trasferite due tribù liguri; i Liguri Baebiani e i Liguri Corneliani composte da circa 45.000 individui.

Le “caselle”, che come già detto, servivano ai pastori come ricovero per la notte nei periodi estivi, quando le greggi erano all’alpeggio, venivano abbandonate allorquando, alla fine dell’estate, bisognava trasferire le greggi verso la “dacia” pugliese per lo svernamento. Un territorio, quello dei pascoli del matese Sud-Orientale, molto “vissuto” e, costellato di queste piccole costruzioni in pietra a secco. Qualche anno fa, nel riaffiorare dei miei ricordi di bambino, ho rivissuto le “battute di caccia” seguendo mio padre cacciatore e di quando, sorpresi dalla pioggia, dalla nebbia o dal freddo pungente, ci riparavamo in queste “strane” costruzioni per trovare sollievo accendendo un piccolo fuoco a centro della “casella” per asciugarci e riscaldarci. Pertanto anche io, cucciolo di uomo, ho avuto un “vissuto” con le Caselle a secco, dal quale è nata la mia irrequieta curiosità per queste costruzioni. Ho cercato pertanto di rilevarne quante più possibili al fine di costituire una mappa per individuarle ed, eventualmente, costruire un “sentiero delle caselle”. Costruire un sentiero che colleghi tutte queste costruzioni, per riscoprire, anche attraverso queste costruzioni, l’aspetto antropologico, botanico, geologico e storico-culturale dell’intero territorio.

Immagino paesaggi diversi, rigogliosi, spesso chiassosi,

con i fischi dei pastori che richiamano gli armenti e l’abbaiare dei cani che rincorrono gli animali spersisi nel rincorrere forse,

il proprio istinto di selvaggia libertà.

Ed ogni piccolo pezzo di terra, sottratto dai pastori alle bianche rocce calcaree affioranti dal prato verde smeraldo, in cui seminare qualche ortaggio per la propria sopravvivenza quotidiana.

E gli arbusti di sorbo selvatico e di quelli di rosa canina o di prugnolo o rovi di more curati con lo stesso amore che si ha per gli alberi da frutto della pianuraPinuccio Fappiano

Mentre le “pannizze”, sono costruzioni a forma squadrata (generalmente a pianta rettangolare) con il tetto in travi di legno e canali in terracotta e servivano più che altro come deposito, le “caselle, invece, hanno una forma semisferica (simili agli igloo degli eschimesi) e sono costruite sovrapponendo lastre di calcare, abbondanti sul territorio, che si sostengono una sull’altra per “contrappeso successivo”.

 

Sono piccole costruzioni in pietra a secco utilizzate dai pastori prevalentemente come ricovero o come piccolo deposito nei periodi in cui gli animali erano all’alpeggio. Provviste di una piccola apertura orientata a sud-est (verso il sorgere del sole) obbliga,  chi entra, a chinarsi come se passasse sotto l’antico “giogo” delle Forche Caudine.

Talvolta,  possiamo incontrare “complessi” di caselle. Cioè complessi di due o tre “caselle” adiacenti l’una all’altra ma mai comunicanti. Guardandole con l’occhio moderno, ci si meraviglia come possano restare in piedi e come possano aver superato prove di tremendi eventi naturali rimanendo intatte in quella condizione di “improbabile” equilibrio. Da qui si evince la grande elasticità della struttura che garantiva ai pastori di un riparo sicuro.

 

Entrare in una “casella” può non essere piacevole. Affacciarsi all’ingresso è un momento molto particolare. Si ha la sensazione di entrare in una grotta di cui l’unica certezza è l’ignoto. Eppure non è profonda più di due metri e alta non più di un metro e ottanta. Ma, una volta varcata la soglia, si entra in una dimensione quasi mistica e si è pervasi da un senso di grande “protezione” . In un attimo si cancella il contesto esterno e lo sguardo comincia a scavare tra le pietre e le fessure cercando qualche indizio o piccolo segnale dell’antico vissuto. Le mani si allungano verso quelle pietre cercando un contatto che possa dare la sensazione di toccare quel passato fatto di fatica e di sacrifici e si immaginano i visi antichi scavati dagli stenti e dalla fatica. Ci si immerge con la fantasia in odori forti di formaggio vecchio, di “tabbacqu’trzett” (tabacco di contrabbando), dell’odore di pecora di cui pastori erano intrisi, ed immaginare, allo stesso tempo, l’antico vociare esterno.

Uscire è come una liberazione ma non è piacevole. Allungare lo sguardo e vedere strade asfaltate, moto e fuoristrada che aggrediscono, con le loro ruote “ramponate”, i dolcissimi colli oppure scorgere più in là “anonimi” anemometri che misurano il vento, premonitori di devastanti, indecenti ed altissimi pali eolici che apriranno ferite ancor più profonde in una terra che non avrà più la stessa pace. E, qui, si ha la dimensione vera di quanto l’uomo moderno sia tanto piccolo quanto devastante ed invadente.

  • Casella in pietra forma rettangolare di Monte Coppe Cerreto Sannita (BN)
    Ingresso della casella di Monte Coppe Cerreto Sannita (BN)

Sul territorio, oltre alle caselle e alle pannizze, si incontrano anche molte altre costruzioni di pietre  a secco. Sono testimonianze dell’uso rispettoso che l’uomo faceva del suo territorio. Troviamo, così, tracce di antichi ovili (anche di importanti dimensioni), muri di contenimento, terrazzamenti e argini per i ruscelli per contenere la forza prorompente corrente dell’acqua primaverile figlia dell’abbondante neve che si scioglie ai primi caldi. Tutte costruzioni che rappresentano un patrimonio inestimabile da tutelare e recuperare e che non può essere distrutto o, peggio, cancellato, per la superficialità e l’incuria dell’uomo moderno. Resti di un passato che non può perdersi nell’indifferenza. Non è blasfemo il desiderio di poter recuperare quelle costruzioni utilizzandole per un turismo alternativo e farne un “eco-museo”.

Vivere il territorio secondo ciò che esso poteva offrire rispettandolo in ogni suo aspetto, era la filosofia dell’uomo antico. E l’uomo antico custodiva il proprio territorio senza stravolgerlo, anzi, migliorandolo e rispettandolo nella sua naturale morfologia. Inserire nuovi elementi era, per l’uomo antico, un modo di rendere la terra piacevole allo spirito e funzionale alle proprie necessità. Noi, uomini moderni, tutto ciò non lo abbiamo capito: apriamo indelebili ferite con lunghe lingue d’asfalto per ridurre il “tempo” senza pensare che così facendo, distruggiamo non solo le testimonianze storiche del “vissuto” dell’antica civiltà pastorizia ma anche la cultura e la saggia filosofia, leggibile anche attraverso le umili pietre, tramandata e solo “chi sa leggere può leggere”.

 Foto e disegni di Pinuccio Fappiano

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