Il Casale di San Salvatore Telesino - Telesianarrando
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Il Casale di San Salvatore Telesino

Emilio Bove

Nato a Napoli nel 1954 ha conseguito la laurea in Medicina e Chirurgia, medico a San Salvatore Telesino, giornalista e scrittore collabora con varie riviste di carattere storico.

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Gli esuli telesini diedero vita ad un nucleo abitativo intorno all’Abbazia di San Salvatore Telesino

Il terremoto dell’848, oltre a segnare la distruzione della città di Telesia, provocò la morte di numerosi abitanti e dello stesso vescovo del tempo. I successivi fenomeni migratori furono responsabili dell’abbandono di Telesia che, come si è detto, non avvenne in un’unica direzione ma si realizzò in maniera scomposta e disordinata, lungo un periodo di diversi anni. Più che un’emorragia si trattò di un lento stillicidio, la cui conseguenza finale fu un riequilibrio urbano del territorio mediante un processo che si completò nell’arco di oltre un secolo. Questo processo segnò la nascita di nuovi casali, lo svuotamento di altri, il ripopolamento di villaggi preesistenti e soprattutto la rifondazione di una  Telesis Novauna nuova Telese in un luogo dove era già esistente un nucleo insediativo sebbene fosse, fino ad allora, privo di una vera e propria concentrazione urbana. In essa si ebbe la ricostruzione dell’antica città, la restaurazione della sede del gastaldato, il recupero della vecchia comunità.

La Telesia Nova indica la Telese Medievale, la cui zona antica, territorio di frequentazione anche in epoca sannitica e romana, è distinta in due località separate dal torrente Grassano: quella delle Potechelle con la chiesa di Santo Stefano e la località Episcopio con la cattedrale dedicata alla SS. Croce. Simonelli, Balasco

La potenza attrattiva della sede vescovile favorì senza dubbio in maniera decisiva la scelta del luogo dove far sorgere il nuovo villaggio. Appare dunque ragionevole supporre che, proprio per la lentezza dei processi inurbativi, per diversi anni sia esistita contemporaneamente la vecchia Telese, la nuova Telese, i borghi medievali di San Salvatore, Massa ed alcuni altri casali autonomi. Il termine Casale  infatti sta ad indicare proprio un piccolo raggruppamento di case rurali originatosi spontaneamente senza una precisa funzione di un centro urbano  e per le ragioni più disparate. Al gruppo di profughi che chiese asilo al monastero benedettino di San Salvatore sicuramente esistente nel X secolo venne concesso un pezzo di terra protetto dalla ripa scoscesa dalla vallone del Truono. 

La nuova comunità nella maggior parte dei casi composta da elementi eterogenei: sbandati, profughi dalle invasioni e da ogni calamità, emarginati e bisognosi di assistenza, diede origine al populus abbatiae, cioè ad un popolo giuridicamente e amministrativamente dipendente dal monastero, utile allo sfruttamento agricolo delle campagne, indispensabile per il miglioramento economico della stessa comunità monastica. Provenivano in massima parte da quella Telese Vetere che non avrebbero mai voluto abbandonare e con la quale intendevano conservare le primordiali radici al punto tale da non allontanarsi troppo, stanziandosi a non più di un miglio dall’antica residenza.

di forma ellittica l'aspetto esterno presenta una semplice linea di basse arcate

Anfiteatro Romano di forma ellittica, situato nei pressi delle mura

Il più antico riferimento storico all’abbazia di San Salvatore risale al 1075, quando una bolla di Milone, arcivescovo di Benevento, venne sottoscritta anche da Leopoldo, abate di San Salvatore. I monaci a differenza di altri feudatari, assunsero un atteggiamento di grande disponibilità nei riguardi dei loro sudditi favorendo la nascita delle Universitas  (da universi cives=unione dei cittadini). Da esse prenderanno le mosse i futuri comuni della vita rurale e urbana 

La Terra

Agli esuli telesini, segnati dalla sofferenza per le incursioni saracene e per le successive calamità naturali, la comunità monastica offrì la possibilità di insediarsi sui territori di proprietà del monastero, dove avrebbero avuto la possibilità di organizzare un nuovo nucleo abitativo su un territorio chiamato volgarmente La Terra. In quel luogo avrebbero potuto popolare un nuovo villaggio dove edificare le loro abitazioni, trarre sostentamento per loro stessi, per le loro famiglie e, cosa non disdicevole, per gli stessi “monaci-padroni” che avevano concesso il beneficio. La Terra era situata nelle immediate vicinanze di <<Santangelo>>, un luogo così detto perché sacro ai longobardi e che deve il suo toponimo alla pertinenza di una edicola votiva intitolata all’Arcangelo Michelee risalente all’epoca della dominazione dei potenti guerrieri d’oltralpe, uomini del nord dalle lunghe barbe, nuovi padroni dell’Italia meridionale dopo la dissoluzione dell’Impero romano. Ancora oggi Santangelo, situato nelle immediate vicinanze della piazza principale, è un luogo importante del paese moderno dove è possibile individuare resti e testimonianze antiche, risalenti all’epoca longobarda. La ragione primaria per cui i monaci promossero la nascita di un casale di pertinenza badiale, va senz’altro individuata oltre che nella nota carità cristiana propugnata dalla Regola Benedicti, anche nell’esigenza di crearsi una baronia mediante un incremento patrimoniale.  Il perseguimento di una tale politica, particolarmente vantaggiosa in piena età feudale, porterà il monastero ad acquisire ulteriori possedimenti e sempre maggiore influenza sociale.

Protetto da alcuni avvallamenti naturali La Terra si prestava favorevolmente ad assumere la conformazione di casale rurale, la sua dipendenza alla vicina abbazia benedettina comportò quasi naturalmente che col progredire della popolazione l’insediamento urbano assumesse la denominazione di <<Casale di San Salvatore>>. Col passare del tempo il possesso dei monaci sul Casale di San Salvatore andò consolidandosi e si rafforzò anche durante la fase di transizione tra i longobardi e la nuova dominazione normanna in cui si realizzò un nuovo rinascimento medievale delle contrade telesine. Dai registri angioini, risulta che nel momento di maggiore splendore, l’abbazia arrivò a possedere nove feudi.

A seguito della conversione al cristianesimo il culto per l’arcangelo Michele fu particolarmente sentito poiché si riconobbe nell’Arcangelo guerriero che difende la fede con la spada il culto di Odino, dio della guerra e quindi particolarmente vicino al mito delle origini

Nell’Agosto del 1908 l’abbazia ospitò sant’Anselmo d’Aosta, Arcivescovo di Canterbury su invito dell’abate Giovanni, suo discepolo al monastero di Notre Dame a Le Bec-Hellouin in Normandia, egli si trattenne per recarsi a Bari al concilio indetto da Urbano II

Con la dominazione normanna l’antico Gastaldato di Telesia si trovò assoggettato al nuovo stato feudale rappresentato dai De Quarrel-Drengot di Alife. Alessandro abate, priore del monastero dal 1127 al 1136, seppe intrecciare rapporti di particolare cordialità coi nuovi signori. Ottenne la convalida del possesso del Casale dallo stesso re di Sicilia Ruggiero II, che si recò due volte al monastero di San Salvatore donando ai monaci, in seguito, il monte della Rocca e alcuni incensieri e candelabri d’oro. Anche con l’avvento degli angioini il Casale rimase ai monaci. In un diploma del 1259 firmato da Carlo d’Angiò si confermò il possesso dell’abbazia sul Casale. Infine, con un successivo documento risalente al 1306, Roberto d’Angiò, figlio di Carlo, protrasse il beneficio sull’abitato di San Salvatore all’abate Benedetto, priore del monastero telesino nel XII secolo.

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