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Il Cavaliere Jacobelli

Emilio Bove

Nato a Napoli nel 1954 ha conseguito la laurea in Medicina e Chirurgia, medico a San Salvatore Telesino, giornalista e scrittore collabora con varie riviste di carattere storico.

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Jacobelli Achille, da tutti conosciuto più semplicemente come il Cavaliere, nacque a San Lupo il 22 Ottobre 1812, nel 1848 divenne membro della Guardia Borbonica instaurando rapporti particolarmente cordiali con Ferdinando II di Borbone. Nel 1861, mostrando di adeguarsi al nuovo corso politico divenne membro del primo consiglio Provinciale di Benevento. Morì il 14 Luglio 1872
tratto da N. Vigliotti, E. Bove: “Il Vescovo e il Liberale”. Ed. Vereja, Benevento, 2011.

Fu una di quelle figure che lasciano interdetti: capace di grandi slanci di generosità ma anche cinico ed attento a curare i propri interessi e a fare affari con chiunque. Un faccendiere dotato di una notevole autostima, egocentrico e vanitoso, perennemente impegnato a coltivare il culto della sua poliedrica personalità; grande accentratore, pirata e gentiluomo, capace di scelte azzardate e disinvolte, artefice di grandi trionfi e clamorose sconfitte. Venne ritenuto da molti un filantropo per i suoi numerosi investimenti in Valle Telesina: costruì strade, ponti ed impianti tecnologici all’avanguardia.

Diede lavoro a molti operai contribuendo a sollevare le condizioni economiche del territorio. Cinico e disinvolto seppe adattarsi ad ogni situazione senza preoccuparsi di apparire camaleontico e sfuggente. Impareggiabile nel coltivare le relazioni sociali necessarie per raggiungere i suoi fini, non ebbe scrupolo di apparire contraddittorio finanche nelle sue scelte politiche: da fervente borbonico a deputato liberale nel nuovo Regno d’Italia.

In una recente ed approfondita biografia, “Achille Jacobelli il Cavaliere” di Ugo Simeone l’autore, suo concittadino tende a mitigare i giudizi impietosi affibbiati, a suo dire, da una critica superficiale ed approssimativa. Le sue azioni sarebbero state dettate, più che dalla brama di ricchezze dal desiderio di lustro e di onore che egli “avrebbe anteposto sempre ad ogni calcolo economico, anche quando apparve manifesto il pericolo concreto della totale rovina.”

Sebbene la sua condotta lo rendesse inaffidabile, molti dei contemporanei che lo criticavano pubblicamente non disdegnarono, in privato di fare affari con lui. Era temuto e rispettato, uomo dal multiforme ingegno, amava apparire come un personaggio dallo spirito filantropico votato al riscatto ed al miglioramento delle condizioni di vita delle classi meno abbienti e più disagiate.

Grande amico del re Borbone, in seguito alla caduta del Regno, si accreditò presso i nuovi governanti fino a conquistare la loro fiducia, tanto da essere nominato tenente colonnello della Guardia Nazionale. Costantemente alla ricerca di popolarità, gli piaceva che si parlasse della sua munificenza; più che ambire a cariche pubbliche mirava semplicemente a concludere affari vantaggiosi; e dimostrò in un primo tempo di saperci fare attraverso lungimiranti operazioni finanziarie che prevedevano cospicui investimenti soprattutto nel territorio telesino, una zona prevalentemente acquitrinosa, dove promosse un’efficace bonifica della palude inondata dalle acque solfuree e pervasa dalle esalazioni delle mofete. Pensando di fare un affare, acquistò dalla famiglia Pacelli i molini di Telese che sfruttavano le acque del Grassano dove impegnò i suoi capitali fino a raggiungere la cospicua produzione di oltre centocinquanta quintali di farina al giorno e l’impiego permanente di circa cinquanta operai.

 Per le sue attività industriali utilizzò perfino materiale proveniente dall’antica cattedrale longobarda di Telese che lasciò con la sola platea, priva di mattoni (cfr. L. Riccardi in Telesia Ricordi e speranze) .  

Quando, nel 1851, una piena del fiume Calore rese pericolante il ponte Maria Cristina di Solopaca assunse immediatamente l’impegno a ricostruirlo a proprie spese. E lo fece anche in brevissimo tempo. Infatti il 9 febbraio 1852, dopo soli tre mesi, invitò il re ad inaugurare il nuovo ponte perfettamente restaurato. La presenza di Ferdinando, della cui corte era assiduo frequentatore, gli consentì di chiedere al monarca l’impegno a costruire anche un nuovo ponte in località Torello, lungo la direttrice che collegava le regioni interne col territorio di Maddaloni cosicché i territori di Telese ed Amorosi fossero più vicini alla capitale del Regno. L’opera avrebbe garantito un miglior collegamento tra la capitale del Regno e le comunità di Guardia e Cerreto a cui lui era molto legato, per consuetudine e per amicizia.

Ponte_Maria_Cristina

Il ponte-inaugurato solennemente il 5 Aprile 1835 alla presenza di Ferdinando II e della regina Maria Cristina, a cui era dedicato – per alcuni anni e fino al 1849, era stato tenuto in affitto da don Filippo Jadonisio, prestanome dello stesso Jacobelli. Il suo crollo nella notte del 22 Novembre 1851, avvenne per la rottura delle catene di sostegno dovuta all’effetto di trascinamento dell’acqua impetuosa del Calore. Il 4 ottobre 1943 i tedeschi in risalita fecero saltare l’antico ponte pensile provocando anche la morte di diverse persone. Fu ricostruito tra il 1946-1947 ma con una struttura completamente diversa ed in cemento armato.

Pare che il Re, in tale occasione – pungolando l’orgoglio del Cavaliere – avrebbe risposto con la sua ormai colorita verve partenopea: << Il ponte? Fallo tu, che tien”e soldi assaje! >> Questi, sempre pronto ad accettare sfide impossibili, promise di realizzare l’opera, anche a costo di notevoli sacrifici economici. Una promessa che gli costerà cara e per la quale si indebiterà oltre misura. Il giorno dell’inaugurazione del nuovo ponte Maria Cristina don Achille invitò il sovrano al sontuoso banchetto allestito in suo onore nella tenuta di Selva Palladino, dove il Re venne accolto calorosamente dai coloni e da molti contadini schierati per l’insolita occasione. La tenuta Jacobelli era costituita da diversi fabbricati, in parte ancora visibili, così  un magnifico frantoio, sale da biliardo, da scherma ed altro accolsero il re Galantuomo che, al termine del banchetto, proseguì nella visita della strada Cerreto Sannita – Guardia Sanframondi.

Il fondo in questione, tra Telese e San Salvatore,  era da diversi anni oggetto di una interminabile controversia tra il Cavaliere e l’Amministrazione comunale di San Salvatore Telesino. Il primo dichiarava di esserne il legittimo proprietario per eredità dal padre; l’Amministrazione comunale, invece, ne rivendicava la proprietà accusando il Cavaliere di usurpazione. La vertenza, che ebbe inizio nel lontano 1837 su denuncia di don Felice De Toro, allora sindaco in carica, si sarebbe protratta per la compiacenza della famiglia reale intervenuta per far rallentare la sentenza della Gran corte civile di Napoli al fine di favorire il suo fedele scudiero Jacobelli.

Forse anche per tale motivo il giudizio sul Cavaliere Jacobelli, definito usurpatore di terre demaniali, figlio di un delinquente comune condannato a morte ma graziato dei Borbone, appare particolarmente implacabile. Solo dopo l’Unità d’Italia la lite ebbe il suo epilogo a favore del Jacobelli, riconosciuto pleno jure titolare della tenuta che, ironia della sorte, non potè godere del bene in quanto ipotecato a favore del marchese Nicastro per il prestito richiesto per la costruzione del ponte sul Torello. La tenuta di Selva Palladino, divenuta proprietà legittima del marchese Nicastro per insolvenza del Cavaliere, venne successivamente frazionata e venduta a diversi acquirenti ed in ultimo, la parte restante e più cospicua, nel 1898 fu acquisita dalla Banca d’Italia per asta giudiziaria.

Nel 1867 inaugurò un impianto termale a Telese dotato di 40 camerini , fontane termali ed una grande sala coperta da tende (le antiche Terme Jacobelli) , dopo alcuni anni però lo stabilimento chiuse per fallimento. Celebre in questa occasione, fu il Discorso del Cavaliere Davide Lupo riportato in TELESE tra Storia e Cronaca negli scritti di Luigi Riccardi di cui abbiamo pubblicato un estratto.

Ma l’operazione politica più importante di Jacobelli avvenne quando il fedele servitore della corona borbonica non appena si rese conto che il regime nelle mani di Franceschiello non riusciva più a contenere l’ondata unitaria, traghettò sul carro dei vincitori ed ottenne la candidatura al primo Consiglio provinciale del’61 risultando eletto senza troppe difficoltà. Egli sapeva che la nuova assise, grazie anche ai finanziamenti statali promessi alla nuova provincia, avrebbe gestito un ambizioso programma di opere pubbliche ed infrastrutture che si sarebbero tradotti in progetti, affari, appalti, speculazioni e quant’altro.

  • Iscrizione famiglia Jacobelli - località Ciesco San Lupo (BN)

Immagini tratte da “San Lupo, uno splendido fiore di pietra” di Pellegrino Tomasiello – Kat Edition 2007

In questa fase di ricostruzione territoriale non poteva rimanere escluso dall’importante flusso economico da essa derivante. Benevento, infatti, era priva di una rete di comunicazione stradale e ferroviaria che la raccordasse al suo nuovo territorio provinciale e dalla nuova nazione unita; bisognava porvi rimedio al più presto se si volevano favorire gli scambi commerciali tra il capoluogo ed il circondario e realizzare in tal modo, oltre all’integrazione geografica anche quella economica e sociale.

Tale attenzione consentì al Jacobelli di realizzare la sua più importante operazione politica, certamente la più utile per l’intero territorio telesino e la più prestigiosa per la sua visibilità politica: la deviazione della linea ferroviaria Napoli-Foggia lungo il tracciato Telese-Benevento’. Infatti l’iniziale percorso di questo importante troncone ferroviario, che congiungeva il Tirreno all’Adriatico avrebbe dovuto lambire la provincia sannita lungo la valle del Sele senza tuttavia attraversarla

Un imprenditore spericolato come Jacobelli, sempre attento alle nuove tecnologie ed alle ricadute economiche conseguenti, avendo fiutato le opportunità ricadenti dal passaggio della ferrovia, si gettò a capofitto per ottenerne la sua deviazione via Benevento nell’ottica di un’apertura del capoluogo ai territori di Molise e Capitanata.

Secondo alcuni la variante progettuale sarebbe stata possibile in seguito ad oscure operazioni finanziarie e alla corruzione di funzionari compiacenti. È certamente plausibile che il Cavaliere in tale occasione abbia speso tutte le sue capacità persuasive pur di raggiungere lo scopo: il nuovo percorso, infatti, apriva il territorio telesino a vantaggiose prospettive economiche e commerciali ad un flusso turistico proveniente dalla fascia costiera Campana e dalle Puglie proprio nella zona in cui il Cavaliere aveva numerosi interessi personali.

In tale occasione ebbe, quale utile alleato, il deputato Nicola Nisco, originario di San Giorgio la Montagna, anch’egli sostenitore convinto ed interessato del tracciato Telese-Benevento poiché, a suo giudizio, avrebbe liberato l’ex città pontificia e la sua nuova Provincia dallo storico isolamento. Il sodalizio con l’on. Nisco si rivelò particolarmente vantaggioso e consentì all’operazione di avere successo.

La tratta ferroviaria venne inaugurata il 15 marzo 1868.

Ma Jacobelli, durante la sua turbinosa esistenza, non si limitò solo agli affari; partecipò attivamente anche alle convulse vicende dell’unificazione nazionale, con l’entusiasmo del neofita. Forse per ingraziarsi i nuovi padroni piemontesi s’impegnò nella repressione alla resistenza borbonica, fino a divenire perfino informatore del generale Cialdini. Qualche storico lo considera addirittura tra i principali responsabili degli eccidi di Casalduni e Pontelandolfo quando, nell’estate del ’61 in seguito alla fucilazione di alcuni soldati dell’esercito sabaudo prese parte alla ritorsione piemontese entrando in Casalduni, su ordine del generale Carlo Magno Melegari, al comando della Guardia Nazionale e contribuendo in modo decisivo al saccheggio ed alla distruzione del centro abitato.

C’è chi sostiene l’estraneità del tenente colonnello Jacobelli al massacro e ritiene la sua presunta partecipazione conseguente ad una storiografia imprecisa, basata esclusivamente sulle memorie del Melegari e del Comandante dei Carabinieri. È abbastanza arduo confutare l’una o l’altra ipotesi. Sta di fatto, comunque, che in un suo dispaccio del 12 agosto al generale Cialdini, il Cavaliere invocò la rappresaglia contro i Comuni di Pontelandolfo e Casalduni esprimendosi con parole inequivocabili che suonarono come una vera e propria condanna a morte collettiva.

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