La Connola di Sansone - Telesianarrando
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La Connola di Sansone

Emilio Bove

Nato a Napoli nel 1954 ha conseguito la laurea in Medicina e Chirurgia, medico a San Salvatore Telesino, giornalista e scrittore collabora con varie riviste di carattere storico.

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Agli inizi del secolo scorso, Gilda Mignonette,  cantante e sciantosa nel teatro di varietà napoletano, Gilda, una bella cantante napoletana, occhi e capelli scuri, è seduta di lato, mentre fuma una sigarettadurante un celebre concerto al Salone Margherita si esibì in una struggente interpretazione della canzone “Connola senza mamma”, di Esposito e Ciaravolo. In essa si narrano le tristi vicende degli emigranti del primo Novecento stipati sui bastimenti alla volta delle Americhe.

La connola privata dell’amore materno, rappresenta il simulacro del dolore per l’abbandono della propria terra e, al contempo, assurge ad emblema della perdita di una identità familiare, alla diaspora di un popolo costretto da ragioni economiche e di sopravvivenza a vivere lontano.

Infatti la connola, intesa come giaciglio trasportabile del bambino, è stata sempre identificata come il principale strumento di accoglimento e custodia della tradizione, ma anche come il simbolo di rinascita e trasformazione. Tale funzione palingenetica ha attraversato anche i secoli passati; la culla, infatti, è stata in uso praticamente in tutte le civiltà antiche. In particolare, presso i Romani, ricorrono spesso termini come cunae e cunabula termini utilizzati indifferentemente per indicare la culla oppure il luogo di origine. Ne fa cenno anche Plauto – uno dei più prolifici commediografi dell’antichità latina, che in alcune sue opere cita gli incunabula, in riferimento ad una specie di fasce che tenevano legato il bambino nella culla, impedendogli di cadere. Connola, deriva dal latino tardo-antico cunula, diminutivo di cuna, per indicare un luogo cavo indicato per il riposo dei bambini e de neonati. Nel dialetto napoletano ne deriva il verbo transitivo connoliare, sinonimo di dondolare, riferito a qualunque cosa che non sia ferma, che oscilli con movimenti lievi e dolci e che faciliti il sonno.

“… e la mamma soja, quanno nuie facevamo la nonna, co lo pede dritto connoliava a isso e co’ lo pede mancino a me”.

(Vocabolario napoletano lessigrafico e storico, vol. I, Stamperia Reale, Napoli, 1845)  V. De Ritis

La culla e le bende venivano utilizzate per proteggerlo dai pericoli ed allevarlo alla vita. Ne sono prova la collezione di Matres Matutae custodite presso il Museo di Capua che dimostrano come, già in età pre-arcaica, la genitrice italica protegga il corpo del suo piccolo con lunghe bende di stoffa dispiegate a spire oblique. Nel IV sec. a.C., le donne sannite cingevano i neonati con analoghe fasciature disposte a volute orizzontali e, a seconda delle disponibilità economiche, appendevano al collo del neonato, per allontanare il malocchio, la bulla, ossia una medaglietta d’oro dalle presunte proprietà apotropaiche. (Presso la cultura popolare è tuttora in voga la tradizione degli “abitini”, piccoli manufatti in stoffa contenenti immagini di santi protettori che venivano fatti indossare ai bambini per proteggerli dalle malattie. Penco, La Medicina romana, Ed. Ciba-Geigy, Milano, 1989, pag. 443 ).

Tali pratiche, come è testimoniato da ricerche archeologiche, erano in uso anche presso la Telesia sannitica e romana, città di antiche e gloriose tradizioni le cui origini sono avvolte nel mistero e si perdono nella notte dei tempi.

La leggenda più suggestiva di Telesia riguarda un rudere collocato al di fuori della cinta urbana e chiamato volgarmente la «Connola di Sansone». Con ogni probabilità il nome deriva dalla conformazione a barca della struttura, quasi fosse stata utilizzata per cullare un ciclopico neonato. Il rudere, tuttora visibile benché parzialmente coperto dalla vegetazione, ha la forma di un parallelogramma della lunghezza di 12 palmi per 8 di lunghezza. Nel fondo concavo della struttura è visibile un foro che il Petrucci attribuisce ad uno scolo per il deflusso dell’acqua.

Si vede la conformazione a culla della struttura. I vecchi del paese la chiamavano "La connola di Sansone" intendendo che Sansone era un gigante.

 

«Secondo ogni apparenza era questo un Baptistero, che veniva sostenuto in alto da due pilastri situati alla punta. Lo spazio intermedio formava un corridojo, coverto superiormente dalla base del Baptistero. Questo termine non deve ritenersi che come bagni situati in alto, stabili su pilastri, ma non ondeggianti. Secondo siffatta descrizione io ho creduto che il pezzo di fabbrica detto Connola era un Baptistero di bagno pensile, il quale restava in alto per circa venti palmi».

L’acqua necessaria raggiungeva il sito tramite tubature di piombo che attraversavano la città; molte condotte di piombo, infatti, sono state rinvenute in prossimità della struttura. Altri autori, a differenza del Petrucci ritengono la Connola un antico luogo di sepoltura risalente al periodo sannitico.

La leggenda invece racconta una storia sicuramente più affascinante: il rudere nascerebbe per merito delle Streghe di Benevento, incaricate di trasferire al Duomo di quella città la mastodontica porta in bronzo di Telesia. Il notevole peso della porta costrinse le Streghe, non appena spiccato il volo, a posarsi affannate, di nuovo subito fuori le mura. Il bronzo venne quindi adagiato su questo gran nucleo in calcestruzzo che, non potendo sopportare il peso, si spezzò rovesciandosi così nella posizione attuale. Si è favoleggiato sulla presenza di monete d’oro, di luccicanti tesori nascosti all’interno della Connola e di nugoli di serpi posti a custodia degli arcani beni preziosi.

Il rudere, tuttora visibile benché parzialmente coperto dalla vegetazione, ha la forma di un parallelogramma della lunghezza di 12 palmi per 8 di lunghezza. Nel fondo concavo della struttura è visibile un foro che il Petrucci attribuisce ad uno scolo per il deflusso

 

Sempre secondo la leggenda, in prossimità della Connola una serie di cunicoli sotterranei partivano dalla città per inoltrarsi lungo svariati chilometri nelle varie direzioni; pare che alcuni di essi, raggiungendo una lunghezza impressionante, rendessero possibile una efficace comunicazione tra la città di Telesia ed Alife, Capua o addirittura Venafro.

Sarebbero state proprio queste improbabili vie di fuga a salvare il popolo telesino dalle invasioni saracene: all’arrivo dei feroci conquistatori, i telesini si nascondevano in questi “ricoveri” segreti, uscendone soltanto a pericolo cessato. Ciò spiegherebbe perché, pur essendo stato più volte assalito, il popolo telesino non sia stato mai completamente annientato, rimanendo in grado di far rivivere nuovamente la città devastata.

Questo è quanto racconta la tradizione popolare ma, com’è ovvio, la storia non può accontentarsi delle leggende.

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