La Grotta delle Fate - Telesianarrando
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La Grotta delle Fate

Antonello Santagata

Nato a Benevento, vive a Cerreto Sannita, medico specialista in medicina del Lavoro. Si interessa di teatro dagli anni ’80, da quando esordì con “L’ Anfitrione” di Plauto traducendolo in dialetto cerretese. E’ stato regista de “La Compagnia Instabile” gruppo teatrale integrato con pazienti psichiatrici dell’ASL di Benvento. Fondatore de “La biblioteca del Sannio” di Cerreto Sannita. Giornalista pubblicista, coautore di “A Tavola nel Sannio” Ed. Murgantia 1991 una guida ai ristoranti Benevento e provincia con itinerari turistici.

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Si perde nella notte dei tempi la leggenda delle fate che abitavano il monte Acero nei pressi di Massa di Faicchio.

Si dice vivessero in pace e concordia con gli umani queste deliziose, minute e bellissime creature. In due mondi paralleli che non interagivano tra loro, ad eccezione di sporadici tentativi di qualcuno che si recava sul monte alla loro ricerca per una rivelazione o per avere lumi sul proprio destino, dato che esse avevano il dono della profezia. Questi tentativi, però, risultarono sempre vani.

 

Da sempre l’accesso al monte ed il contatto con quel regno fatato veniva impedito dalla presenza di un potente mago il cui compito era quello di tener separati i due mondi per evitare che gli uomini potessero, attraverso le fate, avere accesso a delle verità ad essi negate a causa della loro stessa natura umana. Nondimeno le fate erano abbastanza benevole con i loro vicini discendenti di Adamo. Tante volte, ad esempio, nottetempo, portavano la legna dal monte fin sotto le case del villaggio che al mattino seguente si ritrovavano le legnaie piene. Possedevano, inoltre, una voce melodiosa e ammaliatrice e spesso si potevano udire sino a valle quei canti armoniosi che infondevano letizia e tranquillità. Qualcuno, addirittura, diceva di averle viste mentre dall’alto del monte Acero attingevano l’acqua, nel sottostante fiume Titerno, con secchi d’argento calati giù tenendoli per un solo filo dei loro lunghi capelli dorati.

Il Monte Acero, tra Faicchio e San Salvatore Telesino, ospita la cosiddetta Grotta delle Fate le cui pietre emanano un riflesso azzurrino (a cui probabilmente si deve il nome). Non lontano da questa si trova la grotta detta Covo del Vento. La cima del monte è circondata da mura megalitiche, risalenti al periodo sannita (VI sec. A.C.), che costituivano una fortezza utilizzata come rifugio e punto di avvistamento.

Grotta delle Fate - Massa di Faicchio - Foto di Paolino Ciarlo

Grotta delle Fate – Massa di Faicchio – Foto di Paolino Ciarlo

 

Fate benevole ma permalose. Guai ad invadere impunemente il loro territorio o a non rispettare la natura. Erano capaci, aiutate dal mago, di tremende ritorsioni e di severe punizioni verso chiunque avesse tentato di rompere il loro splendido isolamento o minacciare il compiuto equilibrio tra loro e madre natura.

Perciò, per secoli nessun umano si permise di disturbare il loro ambiente. Nessun essere umano. Ma i diavoli sì. Non potendo, questi ultimi, tollerare che nel mondo ci fosse un luogo di pacifica ed armoniosa convivenza tra il popolo della terra e le fate, decisero di intervenire per spezzare quella quiete.

Camuffati da fate occuparono, sul monte Acero, la grotta detta Covo del Vento adiacente a quella che ospitava le gentili creature. Il loro compito, una volta confuse con esse, era di facilitarne il contatto con gli uomini i quali, invadendo quel mondo con il loro corredo di cupidigia, egoismo e violenza avrebbero costretto, infine, le fate a lasciare quel posto. Ma come spesso succede alle azioni diaboliche, alla pentola di questa astuta strategia mancava il coperchio.

Essi, infatti, erano ignari che a protezione delle favolose fatine fosse stato posto un antico mago in possesso del potente “Libro degli scongiuri”. Il vecchio mago, diaframma tra i due mondi e garante della convivenza, spesso veniva in aiuto delle persone che a lui si rivolgevano quando erano colpiti dalle fatture e dagli incantesimi degli esseri infernali venendone lautamente ricompensato.  Aveva accumulato, così, un inestimabile tesoro fatto di oro, monete ed oggetti preziosi riposto in una della profonde e segrete stanze della Grotta delle Fate con queste a farne da ideale guardiano essendo niente affatto interessate ai beni terreni. L’antico saggio, dunque, con un trucco suggerito dal libro, riuscì a smascherare gli spiriti malvagi. Disseminò la montagna di piccoli cumuli di polvere d’oro, la quale si appiccicò come calamita solo sui seguaci di satana e non sulle dolci fatine che disprezzavano ogni valore materiale. Svelata la loro identità da quel prezioso marcatore, i diavoli subirono la ignominiosa cacciata dal luogo incantato.

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La Mano del Diavolo nella Grotta delle Fate – foto di Paolino Ciarlo

Quelle creature infernali, però, un certo risultato lo avevano già in qualche modo sortito Amedeo, un giovane spavaldo e di bello aspetto, avendo saputo della presenza delle fate e del favoloso tesoro decise di partire alla ricerca di entrambi. Salito sulla cima del monte cominciò a girovagare per trovare le magnifiche creature verso le quali fu condotto, dopo ore di stancante ricerca, seguendo il loro canto melodioso e seducente.

Giunto nei pressi della grotta, si nascose dietro un grande masso a spiare le fate che erano intente a trasportare all’interno cesti di frutta e secchi di acqua fresca. Si incantò dinanzi all’allegro via vai di quelle gentili entità che, sospese nell’aria quasi volassero, facevano scorta di fresche provviste. Divorato dalla curiosità attese che calasse la notte per introdursi furtivamente nella grotta dove le fate dormivano. Si addentrò, in silenzio, sempre più in fondo fino a scorgere la loro regina che riposava su di un letto fatto di petali di rose rosse.

Mai occhi umani avevano visto una creatura così bella! Le fattezze gentili e perfette ed i lunghi capelli dorati, in cui era avvolta come in una coperta, colpirono irrimediabilmente il cuore del giovane che se ne invaghì perdutamente. All’alba le fate lo trovarono, immobile ed affascinato, ancora intento ad ammirare la loro bella regina.

Ma la sovrana, destatasi, invocò subito l’intervento del mago affinché cacciasse quel temerario giovane e, con un incantesimo del libro, facesse in modo da fargli dimenticare tutto. Deluso dalla reazione della sua adorata regina, ma per nulla intimorito dal mago grazie alla forza del suo amore, attese che egli comparisse e con un fulmineo gesto gli strappò il miracoloso libro dalle mani dandosi alla fuga.

Il mago, vecchio ma ancora fisicamente forte, lo inseguì fino a raggiungerlo nei pressi del ponte detto anch’esso “delle Fate”. Un vecchio ponte fatto di assi di legno tarlate, in precario equilibrio, che attraversava il fiume Titerno. L’anziano maestro, con la forza del suo pensiero, fece in modo che quelle tavole cominciassero ad oscillare energicamente per impedire la fuga del giovane.

Quest’ultimo, coraggioso ed imprudente, pur di sfuggire alla cattura e profittare del libro, che riteneva contenesse la formula per far innamorare di sé la regina delle fate, si lanciò d’impeto su quell’instabile passerella. Non riuscì a fare tre passi che, dopo aver altalenato in bilico su quel passaggio, le tavole, mosse dalla mente del mago e rese ancora più instabili dal suo stesso peso, cedettero facendo precipitare il giovane ed il suo prezioso carico tra i gorghi del fiume già grosso per le abbondanti piogge invernali.

Inutili furono le ricerche, da parte del mago e dello stuolo di fate, del corpo dello sventurato innamorato ed, in particolare, del libro. Inghiottiti entrambi dai flutti del fiume, di loro si persero per sempre le tracce. Fu grande la costernazione del mago e la disperazione delle fate per la perdita dell’inestimabile manoscritto che per secoli aveva tutelato quelle zone e quelle creature dal dominio e dalle minacce dei diavoli.

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Perso il principale strumento del suo potere, necessario al compimento della sua missione di protettore, il vecchio stregone sparì per sempre rimanendo solo nei racconti della gente del luogo. Le stesse fate, prive del loro antico difensore, divenute ora facili prede dei diavoli, abbandonarono ben presto quello che per secoli era stata la loro felice dimora. Liberato il campo dalle forze del bene, le forze del male persero ogni interesse ad impadronirsi di quella grotta una volta abitazione delle amabili fate. Ma ancora si favoleggia di quel leggendario tesoro accumulato nei secoli dal mago e conservato nelle profonde viscere della montagna, forse in qualche stanza interna di quel labirinto di antri e caverne a cui si accede per intricati cunicoli.

Gli anziani del posto sconsigliano chi, col miraggio di una facile ricchezza, volesse avventurarsi alla sua ricerca a causa della concreta eventualità di smarrirsi e finire in un sotterraneo mondo magico popolato di incredibili creature o, addirittura, di imboccare quel sentiero scavato dai diavoli che porta dritto all’inferno.

Novella tratta dal libro DIETRO LA LEGGENDA “La finestra murata ed altri racconti” TETAaprint Cerreto Sannita 2016

Foto di Paolino Ciarlo pg. Fb La Grotta delle Fate

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