La Telesia del Quilici - Telesianarrando
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La Telesia del Quilici

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Lorenzo Quilici, ordinario di Topografia dell’Italia Antica presso l’Università di Bologna, nel 1966 pubblicò sui “Quaderni dell’Istituto di Topografia Antica” dell’Università di Roma, uno studio dal nome  Telesia: Studi di Urbanistica Antica, che gli valse il nome di archeologo di Telesia e che divenne in breve una pietra miliare.

Allo studio allegò una piantina della ricostruzione della città, molto nota alla quale hanno fatto riferimento tutti i numerosi studiosi che, da allora in poi, si sono occupati di Telesia. La pianta fu ottenuta disegnando le evidenze archeologiche fotografate tramite rilievi aerei, completandola con il tracciato mancante delle mura, con i principali monumenti e con i decumani ipotizzati. Nel 2014 dopo 50 anni Lorenzo Quilici è tornato a San Salvatore Telesino, in occasione dei nuovi scavi condotti dall’archeologo Luigi Pedroni con l’equipe dell’Università di Vilnius in Lituania.

Lo studio citato al paragrafo Telesia comincia così:

L’antica città di Telesia, sorgeva a metà strada fra Capua Benevento e Venafro, alla confluenza del Calore con il Volturno, in una regione di confine tra la Campania e il Sannio a cui secondo il concorde parere degli antichi, apparteneva e nella cui ripartizione territoriale, fu compresa definitivamente in età augustea………Oggi in aperta campagna, a metà strada fra i moderni paesi di Telese e San Salvatore Telesino, le rovine della città sorgono sull’aperta distesa triangolare, formata alla confluenza dei due maggiori fiumi alle pendici montagnose del Sannio, limitata e difesa dai due fossi rispondenti ai torrenti Portella e Truono.”

Le sue mura rimangono ancora, ben conservate, visibili lungo tutto il loro percorso: questo segue su tutto il lato sud-occidentale e su quello orientale, i cigli dei due fossi indicati, sfruttando i declivi e le scarpate delle due valli entro cui dovevano raccogliersi ampi bacini lacustri, già di per sé naturale e ben valida difesa per gran parte della città. Ancora oggi questi terreni sono acquitrinosi e subito a valle della città antica il Fosso Portella forma un vasto bacino lacustre, chiamato appunto “il Lago”, che si allunga fino a Telese. Sull’altro lato invece, a nord ovest, la città è aperta verso la pianura e qui il sistema di fortificazioni si fa più complesso. Tre sono le porte principali: ad Capuam, ad Venafrum, ad Beneventum……….”

Alleghiamo un’animazione in cui si sovrappone la mappa di google ruotata di 90 ° a destra, con quella del Quilici, in modo da avere lo stesso orientamento. E’ possibile notare come, soprattutto nella parte Nord-Occidentale a partire dall’ellissi dell’anfiteatro, i profili dei mesopirgi (le mura convesse che formano un’elegante orlatura) si sovrappongono.

Seguono tre piante di Telesia: quella di Libero Petrucci (1793-1865), autore di una ancora inedita Storia di Telese, conservata manoscritta presso la Biblioteca della Società Napoletana di Storia Patria, la già citata pianta del Quilici con un tessuto ortogonale, e la più recente pianta di Simonelli e Balasco i quali evidenziarono l’impossibilità di riconoscere il tessuto perfettamente ortogonale proposto dal Quilici, e la necessità di procedere a nuovi scavi (vedasi link  la Basilica di Telesia,  le Terme di Teseo ) .

Per parlarvi della cinta muraria abbiamo preferito utilizzare un estratto del libro (post a lato) “S. Salvatore Telesino da Casale a Comune di Emilio Bove“, pubblicato nel 1990 con il prezioso ausilio del prof. Salvatore Pacelli, che fa riferimento allo studio del Quilici, ma anche ad altri autori tra cui Iannachino e Nicola Vigliotti.

Vogliamo però soffermarci in questo post, su alcune considerazioni presenti nello studio riguardanti la derivazione del sistema di fortificazione.

Il sistema dei mesopirgi è abbastanza raro in Italia: si trova utilizzato per la prima volta, e sistematicamente, proprio a Telesia, è presente in Italia solo nella porta di Septempeda  (Marche), si tratta di un tipo di porta diffusa dalle Bocche del Rodano all’Elvezia, mentre qualche altro esempio della stessa porta si trova a Tipasa in Algeria. Il sistema difensivo di Telesia risulta quindi molto più elaborato di città come Fondi, Terracina, Sepino, alle quali risulta invece simile per la tecnica dell’opera incerta o per le torri rotonde e poligonali.
Questo sistema invece si trova maggiormente diffuso nel mondo ellenistico, a Tolemaide, a Side, e in una delle porte di Mantinea. Il grande scrittore greco Filone di Bisanzio nel Trattato di Meccanica  sostiene che i romani avrebbero utilizzato quello ellenistico come modello diretto della loro opera di ingegneria militare, appresa dopo le esperienze orientali. Nel modello descritto da Filone le torri erano spesso dotate di strutture lignee, e dal momento che il cammino di guardia delle nostre mura era inferiore ai due metri per il doppio senso di ronda, è possibile supporre  che anche le mura di Telesia fossero state ampliate mediante strutture pensili lignee, attraverso cui avvenivano anche gli accessi alle mura e alle torri.

Le torri ampie dai 6 ai 7 metri sono invece sufficienti alla postazione di macchine belliche: infatti una di esse quella grande poligonale posta a copertura della porta di Venafro, presenta sulla sommità tracce della camera di manovra circolare.

Troviamo così nella dettagliata esposizione di Filone un diretto raffronto con il nostro sistema, per quanto riguarda il concetto delle torri, che non sono semplici punti di appoggio ma organismi funzionali, nel modo in cui sono collocate le forme poliedriche, e nelle torri avanzate a punzone sui mesopirgi. “La grande scuola ellenica è perciò la diretta maestra delle nostre fortificazioni ed esse ne costituiscono un rarissimo e ben degno esempio.”

a cura di Bruna Varrone

 

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