Quando a promuovere il Matese ci pensava Scipione Breislak - Telesianarrando
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Quando a promuovere il Matese ci pensava Scipione Breislak

Bruna Varrone

Nata a Telese Terme nel 1966, laureata in fisica a Napoli, ha lavorato fino al 2002 a Roma nel settore informatico presso società di telecomunicazioni, successivamente a Benevento presso il CED dell’Università degli Studi del Sannio e il Marsec. Attualmente vive a Telese Terme, consulente IT free-lance e insegnante a tempo determinato di Matematica e Fisica. Ideatrice e web-master di Telesianarrando

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Scipione Breislak, di padre svedese, nacque a Roma nel 1750 fu un geologo e naturalista italiano e prima ancora docente di filosofia e di fisica, in seguito si dedicò alla mineralogia. Partecipò alla Repubblica Napoletana, instaurata appena un anno dopo la pubblicazione del suo libro, e alla sua caduta fuggì in Francia e vi ritornò in qualità di ispettore delle polveri per l’amministrazione napoleonica.

Il primo dinosauro italiano ritrovato a Pietraroja porta il nome di “Scipionyx Samniticus”, poiché nella sua “Topografia Fisica della Campania” edita a Firenze nel 1798, partendo dai terreni vulcanici della Campania, considerati i più interessanti dal punto di vista della mineralogia, si spinse alla descrizione e allo studio dei confini del territorio vulcanico e calcareo, fino ad arrivare all’area del Matese scoprendo i fossili di Pietraroja, che furono definiti e menzionati per la prima volta con la frase “la pietra calcarea scissile di Pietraroja con impressioni di pesci”.

Scipione, professore di mineralogia del Corpo Reale di Artiglieria di sua maestà dedicò l’opera alla Contessa Skawronsky, anch’ella ammiratrice di Napoleone, sapendola sensibile alle Arti e alle Scienze.

L’opera di di Breislak si colloca nel dibattito geologico che nel secondo Settecento investe le Scienze della Terra. Si contrappongono due modelli interpretativi dei fenomeni naturali: il nettunismo e il vulcanismo . Per i primi l’agente geologico principale era costituito dall’acqua in quanto la maggior parte delle rocce era di origine sedimentaria, e i vulcani erano fenomeni locali e accidentali, per i secondi invece il fuoco era il principale fattore genetico degli strati. Scipione sostiene l’ipotesi dell’alimentazione profonda dei vulcani, pur escludendo l’idea huttoniana della correlazione tra il vulcanismo e il calore centrale terrestre, attribuendo invece le eruzioni del Vesuvio all’accensione del petrolio presente nel sottosuolo del vulcano.

Egli nella sua “Carta” si preoccupa di completare la mappatura dei contorni di Napoli con la descrizione di tutte le “bocche ignivome” che si possono riconoscere fissando con chiarezza i confini tra le terre calcaree e vulcaniche (per l’appunto i confini tra terra e fuoco, gli elementi del dibattito a cui abbiamo accennato sopra) con l’obiettivo di fornire una “presentazione a colpo d’occhio” della costituzione fisica della Campania.

Nell’introduzione Breislak parla del Vesuvio, come del vulcano che ha sepolto due rispettabili città e fa sovente tremare quelli che hanno il coraggio di essergli vicino, di un secondo vulcano la “Solfatara” ormai tranquillo, e luogo di “deliziose passeggiate, che manifesterebbe la sua azione solo attraverso “innocenti vapori” e di un terzo vulcano il Monte Nuovo con numerosi sorgenti che offrono efficaci rimedi a molte infermità  ed infine una catena di monti (tra cui il nostro Matese) che a guisa di anfiteatro circonda il luogo, nel quale hanno infuriato i volcani e sembra essere il confine delle loro stragi .

Lo scritto comincia proprio dai monti dell’Appennino Abruzzese che apparteneva al Regno di Napoli come si può vedere nella mappa, l’appennino abbassandosi verso il mare forma un arco dal golfo di Gaeta a Punta Campanella e tra il mare e i monti vi è una spaziosa pianura e numerose colline che sarebbero produzioni del fuoco e tutto questo tratto tra i monti e il mare sarebbero i veri Campi Flegrei. I monti di Gaeta sono formati invece dalla “solita pietra” e destano interesse solo per alcune verticali fenditure formatesi nell’epoca del consolidamento della montagna. Le colline calcaree, ripiegandosi dolcemente s’innalzano verso Formia e a Mola di Gaeta incominciano le delizie della voluttuosa Campania dove Scipione era felice nella dolce compagnia di Lelio, e Cicerone coltivava i suoi studi in piacevole solitudine.

Campi Flegrei- foto di Francesco Raffaele appassionato di Appennino – www.francescoraffaele.com

Seguendo l’Appennino prosegue verso Suio e trova il primo confine che va cercando tra la “sostanza calcarea” e quella vulcanica, nel letto del Liri presso Roccamonfina. Infatti dai massi di tufo che sono alla base della collina di “Sujo” fuoriescono gas che decomponendosi e mescolandosi con l’aria, depositano lo zolfo, cambiandone il colore da neri a bianchi. Poi l’Appennino si rivolge al nord e incontra la Valle del Garigliano, una pianura che nonostante coperta da depositi calcarei sarebbe stata formata da vulcani poi crollati e che comunica presso Pontecorvo col piano di Anagni e si estende verso le colline del Tuscolo. Da questa parte i vulcani della Campania sarebbero in comunicazione con quelli del Lazio, una catena di vulcani, quindi, che serpeggiano nell’Appennino.

L’Appennino calcareo segue con i monti Tifatini da Presenzano fino a Capua ma le pianure che giacciono alle loro basi, di Caserta Caiazzo e Capua sono sempre vulcaniche, le basi sono infatti coperte da tufi e presso Triflisco vi sono sorgenti di acque acidule. A sud est dei monti Tifatini cominciano le colline di Durazzano, che prolungandosi fino al Taburno, formano uno dei lati della Valle Caudina. Dall’altra parte è posta la città di Sant’Agata il cui suolo è pure vulcanico, le acque che scendono dalle vicine colline l’hanno profondamente tagliata formando un gran vallone che gira intorno alla città. Osservando le pareti di questo vallone si vedono in molti punti delle gran colonne prismatiche di tufo, che fanno pensare a qualche cratere nelle vicinanze. Al nord di Sant’Agata si apre la spaziosa valle di “Dugentola” irrigata dal Calore, anch’essa fabbricata sopra un masso di tufo, ed i tufi seguono costantemente fino a Cerreto. Sarebbe dunque vulcanica anche la pianura che da Dugenta si estende fino a Cerreto, bagnata dal fiume Calore.

Telese

Poche miglia prima di Sant’Agata, si trovano le rovine dell’Antica Telese distrutta dai romani insieme ad altre città del Sannio, poco lontano da queste rovine fu nei bassi secoli edificata la nuova Telese di cui ne rimangono poche dispregevoli mura. Scipione non è riuscito a “rinvenire” la grande mofeta di cui parla Leonardo da Capua, ma osserva attentamente le sorgenti di acque solfuree che nei passati secoli hanno formato copiose deposizioni e incrostature. Queste si incontrano appena passato il fiume Calore, nel luogo dove è la Scafa di Telese e seguitano fino alle sorgenti dell’acqua, tanto che per recuperare gli ottimi terreni di questa pianura è stato necessario togliere la crosta pietrosa che li rivestiva. (estratto dal CAP II)

Cerreto e Pietraroja

montagna calcarea con fenditure di colore ocra

Cerreto Monte Cigno-foto di Francesco Raffaele

Nelle fenditure delle pietre calcaree che formano la collina di Cerreto si rinvengono spesso pietre silicee di colore grigio, rosso, o nerastro. Sopra Cerreto sorge l’alta montagna di Pietraroja che è una delle “cornate” del Matese. Questa montagna in alcune parti è composta di pietra calcarea scissile con impressioni di pesci. La durezza e la molteplicità delle venature rende difficile trovare begli esemplari che comunque non sono mai pari per precisione e bellezza ai pesci fossili del Bolca (località in provincia di Verona, ai piedi di un monte di origine vulcanica, nota dal 1500 per i pesci fossili e attualmente sede di un museo dei fossili) .

Nella parte più alta della montagna si trovano massi calcarei, in cui sono racchiuse moltissime conchiglie del genere dei Pettini: “presso una persona di Pietraroja vidi ancora un grand’osso ricurvo di qualche cetaceo trovato pochi anni in uno scavo fatto nella costruzione della Chiesa “.

La montagna abbonda di pezzi calcarei gialli e rossi e vi si rinvengono ancora stalattiti ferruginose, ma quello che desta maggiore riflessione è vedere i monumenti del soggiorno del mare sulla cima di quest’erta montagna dopo che alla base si sono osservate le tracce del fuoco vulcanico.

Le impronte di conchiglie e pesci che troviamo sulla cima del Taburno e del Matese ed in altri luoghi della Terra di Lavoro e del principato di Salerno, ci fanno ritenere che le acque del Mediterraneo ne’ passati secoli han coperte le cime di questo nostro Appennino.

Benevento e Montesarchio

Dalla pianura di Acerra le tracce di materia vulcanica seguono fino a Montesarchio e nelle vicinanze di Benevento, dove i tufi e la presenza di pomice dimostrano l’esistenza di qualche antico cratere. Le colline prossime a Benevento sono di tre specie, di marna, ghiaia fluviale o sabbia marina, le più estese sono del secondo tipo formate dai depositi del Calore e del Sabato, gli alluvioni avrebbero cancellato le tracce degli antichi vulcani, ma nei dintorni le argille bituminose e le pietre focaie abbondano ancora presso Vitulano, dove si trovano bei marmi calcarei. Nelle vicinanze di Montesarchio alle falde di Montevergine tra Squillanti e Ceppaloni si trovano ancora dei corpi marini fossili. Due sono le località più interessanti dal punto di vista di Breislak: il paese di Tocco che sorge su un antico cono vulcanico, circondato da monti calcarei molto elevati che altro non sono che un ammasso di tufi con pomici, e la località Vaccarella con due colline una di tufo vulcanico e l’altra di sabbia marina che è anche un vero cimitero di crostacei. Scipione si duole molto di non aver potuto dedicare un tempo maggiore all’esame di Montesarchio per verificare nei contorni la presenza di una sorgente di petrolio come gli è stato riferito.

antico paese disposto su una altura in senso longitudinale

Tocco Caudio – Fotografia di Francesco Raffaele

Questo è quanto si legge nella “Topografia Fisica della Campania” di Breislak, relativamente alle località del Sanno che hanno destato il suo interesse nel tentativo di ricercare i confini tra le terre calcaree e vulcaniche.

E così nonostante Breislak ritenesse i terreni calcarei dell’Appennino che circondano il “teatro naturale dei Campi Flegrei”, noiosi (la monotonia dei paesi calcarei se annoia il mineralogo che li percorre, stanca ancora chi ne vuole leggere la descrizione), nonostante ritenesse i fossili di Pietraroja inferiori a quelli di Bolca, nonostante nel dibattito acqua-fuoco, già noto ai tempi di Anassimene (fuoco, aria, acqua, terra), parteggiasse per il fuoco, trovava la vita fossile derivante dall’acqua nei terreni calcarei di Pietraroja, che circondavano i terreni originatesi dal fuoco.

Scopriva quindi i tesori naturalistici del Matese, e non solo del Matese ma di tutto il Sannio, e della Valle Caudina come si legge dalla sua descrizione appassionata di Capua, di Sant’Agata dei Goti, di Montesarchio, Vitulano e Tocco e di molte altre località, e con la sua “Topografia Fisica della Campania”, ne faceva massima promozione presso il Regno delle Due Sicilie e, a giudicare dalla dedica, anche presso gli ambienti della cultura Europea.

Impressioni di pesci (Pietraroja)

 

Fonti e link:

topografia fisica della Campania di Breislak Google Libri

Carta della Campania di Breislak http://dx.doi.org/10.3931/e-rara-8490.

www.francescoraffaele.com

Scipione Breislak, Riflessioni sulla teoria dei vulcani: la lettera sul Vesuvio di Claudia Cipollone

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