Monte Cigno e il Titerno nella storiografia greco-romana - Telesianarrando
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Monte Cigno e il Titerno nella storiografia greco-romana

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Sentinella a guardia dei Sanniti Pentri

Abbiamo visto in precedenza come Monte Cigno, e tutta la zona fino a Monte Moschiaturo, rappresenti un pò la esemplificazione della difesa del territorio secondo i Sanniti-Pentri.  Il loro regno, come dice il nome “Pentro”, da Pen, cima, era costituito dalle montagne ricche di pascoli e di acqua, e punteggiate da una serie di “Rocche” di avvistamento e difesa collegate tra di loro: Terravecchia-Monte Cigno- Mastramici-Monte Coppe-Mont’Acero. Vere sentinelle a guardia del territorio, ove i Sanniti avevano collocato le loro attività quotidiane, dagli areali abitativi alle necropoli, dai luoghi per il culto a quelli per il ricovero degli animali. Un territorio diviso in tanti “vici” ancora miracolosamente individuabili e percorribile solo attraverso una serie di percorsi ad ostacoli: spezzoni di muri a secco chiaramente della prima maniera.

Le alture trincerate

Facile era difendersi dall’alto di quelle piattaforme di offesa/difesa, una sorta di trappola nella quale i nemici erano instradati. Le “Alture trincerate”, come le chiamò Mommsen, costituirono una struttura intelligentemente funzionale all’arma più temuta dei sanniti: la sannia. Tutto a difesa, sul nostro versante del Matese, dei villaggi (vici) di “Vallantico”, dei pascoli, delle sorgenti, delle necropoli, del Tempio in parte “sottomesso” alla Chiesa della Madonna della Libera, del misterioso podio di Caia Borsa.

Grazie a questi ingegnosi schemi planimetrici divenne possibile a pochi “guerrieri-pastori” di resistere e aver ragione dei molti ed addestrati guerrieri romani. Un sistema che ricorda, e molto da vicino, le prime trappole da pesca che confinavano il pesce all’interno di recinti di roccia. Fulcro di questo ingegnoso sistema sembra essere stato Monte Cigno, punto di avvistamento, ma anche micidiale punto di offesa.

Da Monte Cigno al Cominium

Rocca vicina al Tempio di Cominium, punto di riunioni e punto di accesso alla Parata, alla pianura ricca di pascoli ed erba una parte della quale, a monte dei Mastramici, si chiama “Vallantico! La particolare struttura geologica del monte costituiva una sorta di “Santabarbara” ante litteram, per l’abbondanza di macigni da far facilmente rotolare a valle quali proiettili devastanti. Cosa che avviene ancora oggi “spontaneamente” (basta appiccare un incendio…) con chiusure periodiche della sottostante provinciale.

  Ma come si spiega l’imponenza di tali opere difensive lungo le gole del Titerno, da Faicchio a Cerreto? Cosa c’era di importante da proteggere, soprattutto sul versante che affaccia sulla pianura Campana-caudina, sulla quale il Matese apre le sue fauci (Polibio), a Faicchio, con le gole “a forma di forca” del Titerno, quasi come un invito-trappola a valicare i confini “geografici” tra pianura e montagna, segnati dal Volturno e dal Calore?

 Il motivo è unico, ce lo spiegano uno storico greco, Polibio e uno romano, Tito Livio.

Cominciamo da Annibale e la vittoria di Canne. Siamo nel 216 a.C. Un secolo dopo la battaglia delle Forche Caudine. Nel libro III delle Istorie, lo storico greco nato nel 200 a.C., quindi quasi contemporaneo agli avvenimenti da lui descritti, ai cap. 92 e 93, pag.385 e 386 dell’edizione di Lipsia, parlando della determinazione presa da Annibale di Passare dalla Puglia, ove aveva appena sconfitto i Romani a Canne, a Capua, dice che c’erano tre vie(cap.92): ”prima est qua venitur ex Sannio; altera ex Eribano; postrema e regione Hirpinorum…”. Chiarisce poi nel cap. 93 “… dopo che Annibale…e Sannio ejus collis quem Eribianum vocant, fauces transisset, propter amnem Athurnum, qui medios fere campos illos secatdal Sannio, attraversò lo sbocco a valle di quel colle che chiamano Eribanum, realizzò l’accampamento presso il fiume Athurnum che divide la pianura in due…”. Annibale dunque percorse con i suoi elefanti questo tratturo lungo il Titerno, guadandolo forse proprio là dove poi i romani avrebbero costruito il ponte, un paio di secoli dopo.

Il Titerno luogo ideale per un accampamento militare

ll nome Titerno, come dimostrato dal Corcia nella Storia delle due Sicilie del 1843, deriverebbe da Turio o Turno o Aturno, l’affluente principale del Titerno nel quale sfocia proprio lungo il monte Erbano…Eribiano!  L’episodio non deve destare meraviglia: solo due anni prima il cartaginese aveva valicato le Alpi provenendo dalla Spagna.

Una descrizione, quella di Polibio, che sembra lasciare pochi dubbi a chi conosce la zona! Il Titerno, infatti, dopo aver costeggiato il Monte Erbano, si “apre” nella pianura di Marafi che, prima di confluire nel Volturno, divide proprio in due. Ed è una zona ideale per realizzare un accampamento militare per la presenza dell’acqua: il Castra aniba riportato sulla Tabula Peutingeriana. Una descrizione che già di per sé è abbastanza chiara, ma alla quale se ne aggiunge un’altra che sembra scaturire da una guida del TCI ante litteram.

Tito Livio sulle Forche Caudine (321 a.c.)

Siamo nel 321 a.C., un secolo prima dei fatti di Canne. I rapporti tra sanniti (Pentri, soprattutto) e Romani non erano proprio idilliaci, tanto da portarli a continui scontri passati sotto il nome di Guerre Sannitiche. Tra i tanti episodi, uno è legato alle nostre terre ed è passato alla storia come “Forche Caudine”.

I romani erano a caccia di nuove terre da conquistare e trasformare in granai, e si erano accampati presso Capua, logicamente lungo l’indispensabile corso d’acqua: il Volturno. Probabilmente nello stesso posto ove, un secolo dopo, si sarebbe accampato Annibale. Avevano contratto alleanze anche con gli abitanti della Daunia, la pianura che, già da allora, era un autentico granaio. Il loro caposaldo era Luceria. In mezzo…c’era il Matese, con i Pentri che non ne volevano proprio sapere di scendere a patti: a loro le pianure pugliesi servivano come pascoli invernali. Gli scontri erano inevitabili.

Ma come sconfiggere i romani, fortissimi in campo aperto? “Semplice, pensò Caio Ponzio Telesino, attirandoli in una trappola sul nostro terreno: le inaccessibili gole montane”. Astuto fu il piano per spingerli a raggiungere Luceria da Caiatia, perfetto fu poi l’astuzia per indurli ad abbreviare il percorso attraverso i monti solitamente ben presidiati: “I Sanniti li hanno lasciati incustoditi per accorrere in massa a Lucera!”.

Polibio scrive di Monterbano (216 a.C.)

Ne parla Tito Livio (Ab urbe condita IX, 2) quando indica una alternativa alla strada principale che da Caiatia, luogo del castrum romano, conduceva a Luceria: Una più lunga e più agevole, che va verso la costa del mare adriatico, l’altra, più corta “ per Furculas Caudinas”.  E’ più che logico che bisogna fare riferimento alla viabilità del tempo. Era la Via Appia uno dei due collegamenti, quello più lungo ma più agevole? Ho dei dubbi. La via ancora non era stata costruita da Roma. L’altro percorso, quello più breve che tagliava per i monti, fu così descritto da Tito Livio: “Si tratta però di un luogo con questo tipo di conformazione: due gole profonde, strette e coperte di boschi, collegate da una catena ininterrotta di montagne e con strade tagliate nella roccia. Ci sono pure dei prati erbosi e ricchi di acqua!”. Gole strette, a forma di “forca” e ricche di acqua: sembra di rileggere quanto scritto da POLYBIUS – Historiae III – [92]- “τὰ στενὰ κατὰ τὸν Ἐριβιανὸν”- strettoie lungo l’Eribiano ove scorre il fiume Aturno.

Difficile trovare altrove tanti precisi riferimenti che coincidono proprio con le gole del Titerno. Da Aturno a Titerno…il passo è breve.

Ma se dubbio può ancora nascere, come mai non c’è traccia della strada nelle antiche mappe? Forse non è così e ne parleremo nel prossimo articolo

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