Monte Cigno - Telesianarrando
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Monte Cigno

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Monte Cigno, tra Cerreto e Cusano, si eleva, a forma di mammellone, fino ai 746 m della vetta e delimita, con Monte Erbano, l’angusta gola del Titerno a partire dal ponte sul torrente Turio.
Il nome, quello oggi in uso, riportato dall’Istituto geografico militare e dal Touring Club Italiano, presenta un inequivocabile richiamo, per dir così, zoologico, all’apparenza inspiegabile.

L’origine del Nome

In effetti lascia perplessi che tale montagnola, che dal profilo sembra il figlio minore del Cervino, sia stato identificato con un curioso nome che non può in alcuna maniera collegarsi con quello dell’omonimo animale peraltro ignoto in zona. Né è lecito ritenerlo un toponimo posticcio o peggio storpiato in epoca recente, in quanto già in uno strumento del 1593 redatto in Cerreto per Notar Mario Cappella si legge:

in territorio Cerreti in loco detto lo Cigno, et prope alle fontanelle dello Cigno iuxta lo paese della Rocca del Cigno

(Da S. MASTROBUONI, Note ed appunti per una Storia di Cerreto)

Come in tutte le storie che l’uomo non riesce a spiegarsi, anche qui c’è una leggenda consegnata alla storia da Mons. Angelo Michele Iannacchino (Sturno, 1839 – 1920), il Vescovo che nei ventidue anni di episcopato ampliò il seminario diocesano di Cerreto Sannita e fu autore di numerose opere tra cui “Storia di Telese sua diocesi e Pastori”, che ancora oggi costituisce una delle fonti più preziose per la conoscenza della diocesi.

La leggenda

Scrisse il Vescovo: “In un libro antico e proprio nel Zodiaco Mariano di P. Serafino Montorio trovammo consacrata questa leggenda, cioè che ivi l’Imperatore Licinio serratosi in una Rocca inespugnabile si difese dal Capitano Floro, onde la rocca con il monte prese di poi l’appellativo di Licinio e dal Capitano Floro vuolsi venuto alla contrada il nome di Campo Fiore (…)”. Ma lo storico matesino Rosario di Lello negò la validità della storia con un interrogativo a cui in tanti hanno cercato di rispondere: “Ma il testé detto contraddice la storia ed è specchiatamente falso – E se, al contrario, si fosse trattato non già di contesa militare, bensì soltanto di fatto culturale…?”

Ho letto in diversi documenti della Collegiata di S. Martino “Cigno” e non “Licinio” né “Lucigno”. La sillaba che volgarmente si premette alla parola “Cigno” è un articolo e non altro. Dunque “Cigno” non è derivato dal nome di un capitano o altri che si chiamasse Licinio, ma da Cinio, contrazione di KOINION in greco, e Cominio in latino… Il suono del dittongo oi con la consonante K oppure C ha dato Cinio dal KOINION. Né fa meraviglia il suono del gn nella seconda sillaba, perché si sa del risultato del gruppo nio latino, in cui I’i è semivocale, come in Cerignola che è risultato nell’attuale pronuncia Cerignola, ecc.…

Il termine starebbe ad indicare in origine una sorta di comunità, attributo pertinente a molti insediamenti sanniti. Si conferma così ulteriormente l’iniziale sensazione di un centro difensivo apicale impiantato su «La Rocca» del Cigno. Tuttavia qualsiasi ipotesi che voglia ostentare un minimo di credibilità ha bisogno di riscontri pratici, corrispondenti nel nostro caso a ruderi in loco e/o al ritrovamento di reperti: monete, ceramiche, armi etc

La Rocca di Monte Cigno

Negli anni trenta del XX secolo lo storico locale Silvestro Mastrobuoni effettuò una ricognizione della zona alla ricerca di vestigia archeologiche. Su monte Cigno egli trovò e fotografò “dei pezzi di tufo che dovevano formare la volta di qualche stanza” e, nel lato settentrionale del monte, “dove si scorge una specie di piazzale ci siamo accorti di una cisterna e di tracce di mura antiche”.

A seguito di alcune ricognizioni effettuate su monte Cigno dall’Ufficio storico dello stato maggiore dell’Esercito fu scoperta la presenza di una mulattiera acciottolata, priva di destinazione d’uso attuale, e di numerosi resti di murature sannite in opera poligonale (di I maniera VII-VI sec. a.C.) molto simili a quelle esistenti a Terravecchia di Sepino. Il fitto rimboschimento ha impedito di visitare la zona esplorata dal Mastrobuoni negli anni 1930, probabilmente la più ricca di resti archeologici.
Una testimonianza che colpì la mia fantasia.

Come le mura dei romani

Dalle ricerche sulle fortificazioni del Tifernum Mons, sembrava quasi che l’Ingegnere Flavio Russo, già membro del Comitato Nazionale per lo Studio delle Architetture Fortificate del Ministero dei B.C.A.A.A.A., anticipasse la descrizione del terrazzamento di Monte Cigno che, solo qualche tempo prima avevo avuto la “fortuna” di individuare da foto satellitari estremamente elaborate. Non solo, infatti, i muri in pietra che insistono sulla parte iniziale di Monte Cigno, a partire dall’incrocio con la via Santella, somigliano perfettamente a quelli descritti da Flavio Russo e, la gente del posto, le chiama “Le mura dei romani”. Un riferimento impreciso, ma prezioso. “Ci sono anche numerose cisterne, oggi difficili da individuare perché la natura ha ricoperto tutto”.

MURO POLIGONALE

CON STRANI GRAFFITI

Le gradinate

Ma c’è di più. Un di più venuto fuori per caso, esaminando delle riprese satellitari risalente a qualche anno fa ed effettuate durante un periodo di siccità che aveva messo in mostra un disegno non casuale, decisamente. “Ma è tutto il pendio, rilevò Claudio Conte, che a partire dal basso vicino al salto del torrente Turio a presentare gradinate poi giunge sul primo pianoro e lì sul limite, a sbarramento, c’è un muro larghissimo, poi a sinistra della strada ricomincia la successione dei terrazzamenti fin sopra la spianata…”. ( di Claudio conte vedasi Il Sistema Difensivo Sannita a Guardia della Valle Telesina Se i Romani salivano al Colle i Sanniti si dileguavano a Valle )


Praticamente, sembra proprio che tutto Monte Cigno sia una autentica roccaforte, un vero baluardo insuperabile anche per chi abbia superato il primo sbarramento sannita tra Mont’Acero e Mont’Erbano all’imbocco della gola di Faicchio.

Poi altri sopralluoghi, alcune nuove foto aumentano la curiosità…e i pensieri notturni: “purtroppo le foto non sono molto chiare, dice Claudio Conte, ma a dispetto di ciò che realmente si vede, c’è un imponente muro dalla zona della “cittadella” sul Turio. Questo muro con spessore di circa 2 metri non è a terrazzamento come gli altri che lo precedono più in basso, ma è un vero e proprio muro di sbarramento che si eleva da entrambi i lati anche se, come appare adesso non supera un metro e mezzo di altezza.”

Pietre rotolanti

La cosa sconvolgente sono le successive considerazioni che fanno decisamente considerare monte Cigno come una montagna-fortezza. Terrazzamenti sul versante più dolce, rocca in cima sul versante a strapiombo sulle gole, con tanti massi che, ieri come oggi, cadono giù anche spontaneamente: “È tutto il pendio che a partire dal basso vicino al salto del torrente Turio a presentare gradinate poi giunge sul primo pianoro (quello sul lato destro della strada che sale) e lì sul limite, a sbarramento, c’è il muro da me fotografato, poi a sinistra della strada ricomincia la successione dei terrazzamenti fin sopra la spianata che tu mi portasti a vedere le cui pietre parlano!”
Già. Dico spesso così: una pietra è solo una pietra se non ha una storia da raccontare. E quelle di Monte Cigno ne hanno di storie tenute in serbo per secoli.

Prossimamente su Telesianarrando

Ma come si spiega l’imponenza di tali opere difensive lungo una gola? Cosa c’era di importante da proteggere? Forse la somiglianza imbarazzante delle gole, la presenza di tanti altri punti di riferimento relativamente a quanto descritto da Tito Livio sul percorso nel quale furono intrappolati e umiliati i Romani, chiarisce tutto. https://telesianarrando.it/monte-cigno-e-il-titerno-nella-storiografia-greca-e-romana/


La storia odierna purtroppo è un’altra:

Il 13 Agosto 2020 Monte Cigno brucia, il vasto incendio si protrae per diversi giorni, non si conoscono le cause.

(Foto di Fabio Salvatore Del Vecchio)

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