Samnes - Telesianarrando

Samnes

Antonello Santagata

Nato a Benevento, vive a Cerreto Sannita, medico specialista in medicina del Lavoro. Si interessa di teatro dagli anni ’80, da quando esordì con “L’ Anfitrione” di Plauto traducendolo in dialetto cerretese. E’ stato regista de “La Compagnia Instabile” gruppo teatrale integrato con pazienti psichiatrici dell’ASL di Benvento. Fondatore de “La biblioteca del Sannio” di Cerreto Sannita. Giornalista pubblicista, coautore di “A Tavola nel Sannio” Ed. Murgantia 1991 una guida ai ristoranti Benevento e provincia con itinerari turistici.

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Samnes è la storia del telesino Lucio, fiero avversario dei conquistatori romani, giovane legato del comandante sannita Caio Ponzio Telesino nella battaglia di Porta Collina che segnò la fine della Guerra Civile tra Mario e Silla e, con essa, la fine dei Sanniti schieratisi dalla parte del democratico Mario.

Samnes è la storia di Lomea, avvenente ragazza vissuta nel I sec. a. C., devota alla dea Diana, dunque una Janara, e del suo amore contrastato con il guerriero Lucio. Ma è anche la storia di Gavio Betitio, vignaiolo innovatore e di successo, che con i suoi vini prodotti nelle campagne sannite, aveva conquistato le tavole dei Romani.

A Telesia (o Tulisiom in osco, la lingua dei sanniti), come si viveva a quei tempi? Quali dei adoravano, quali armi maneggiavano i mitici fanti sanniti? Come mangiavano, come vestivano, come si adornavano, come parlavano? E le monete, le tombe, l’arte, il meddix, la verehia? In quell’epoca nacquero due miti che hanno da sempre caratterizzato il Sannio. Quello, concreto e reale, dei gladiatori e quello, molto più fantastico, delle janare.

vaso di argilla con coperchio e due manici di colore rosso-arancio

Cratere con manici e coperchio (età sannitica) ritrovato a Telesia esposto presso l’Antiquarium di Telesia (San Salvatore Telesino)

I latini utilizzavano la parola “samnes” come sinonimo per indicare sia i Sanniti che i gladiatori, perché nelle terre sannite nacque l’arte gladiatoria, e ancora oggi la parola “strega” fa correre il pensiero direttamente a Benevento, capoluogo del Sannio campano. Anche il vino è tipico delle terre sannite da oltre duemila anni. Molto apprezzato sulle tavole dell’Urbe era il vinum Beneventanum. Graditi erano anche l’Aglianicum e il Cauda Vulpis insieme a tanti altri.

La trama, che si svolge a Tulisiom nell’82 a.C., nei giorni intorno alla battaglia di Porta Collina, vuole essere un’occasione per indagare sulla vita dei Sanniti, per affacciarsi sul loro mondo e per saperne di più su un pezzo della loro storia spesso trascurato.

I Romani nutrivano un profondo astio verso i Sanniti (Safineis in osco) e ne avevano tutti i motivi. Il peggior insulto che un romano potesse pronunciare era: “sporco sannita”.
Silla in particolare, che operò verso di essi una vera e propria “pulizia etnica”, li odiava a morte: “Finché i sanniti costituiranno una comunità, Roma non sarà mai sicura”.
Questo popolo, di conquistatori e tenaci combattenti, era temuto dai Romani e al contempo considerato rozzo ed incivile (in latino opices stava per osco e per ignorante). Descriverlo in tal modo era utile per far risaltare, in contrasto, la grandiosità dell’esercito e della civiltà romana. Questo esclusivo concetto ci hanno tramandato gli antichi storiografi, a cominciare da Tito Livio, anche se Cicerone nel De senectude narra di una dotta conversazione tra Erennio Ponzio Telesino e Archita, alla presenza di Platone, a testimonianza di un alto livello culturale, almeno di alcuni. Comunque, negli ultimi decenni, grazie a scavi, studi e ritrovamenti, si assiste ad una certa rivalutazione della loro cultura e, di conseguenza, ad una parziale revisione della loro immagine.

“La documentazione artistica del Sannio preromano, tra il IV e gli inizi del I secolo a. C. è ingente. Essa è rappresentata soprattutto dai luoghi di culto, con le loro raffinate architetture di ispirazione ellenistica…” (Adriano La Regina- I Sanniti in “Italia omnium terrarum parens”- Scheiwiller, Milano 1989)

Avevano un governo eletto democraticamente, con a capo il Meddiss, una sorta di “presidente” (in osco non esisteva la parola che indicasse il “re”), e uno stato federale con un’organizzazione da far invidia alle moderne democrazie.
Non avevano il concetto di schiavitù, erano monogami e non possedevano terre più di quanto gliene servissero.
Tra i Sanniti vide la luce una forma di teatro: la “Farsa Atellana” che divenne poi tanto popolare nell’Urbe, antesignana della “Commedia dell’Arte”. Nelle Atellane recitavano mascherati, tra gli altri, personaggi fissi come Buccus (il servo furbo sempre affamato) Dossennus (il vecchio ricco e sciocco) che tanto ricordano i nostri Pulcinella, Pantalone e così via.

E poi Orazio, Ennio, Lucilio e Velleio Patercolo erano oschi o di origine osca e conoscevano l’osco, anche se non hanno lasciato nulla di scritto in questa lingua costretti a scrivere, per sopravvivenza, nella lingua dominate che era il latino.
Amanti del bello, avevano la sensibilità, il gusto e la disponibilità economica da commissionare ad uno dei più bravi artisti della Magna Grecia (Assteas) e ad uno dei più grandi ceramisti dell’Attica (Psiax) dei bellissimi crateri e delle mirabili anfore da lasciare nelle loro tombe (Saticula e Caudium).

Infine, furono anche i primi ad usare, sulle loro monete, la parola ITALIA.
Samnes, oltre il romanzo, vuole essere un contributo per avere un’idea più precisa degli antichi Sanniti: rudi pastori, indomiti guerrieri ma anche molto più civili di quanto ci hanno sempre raccontato.

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