San Rocco e la peste: il suo culto nel Sannio - Telesianarrando

San Rocco e la peste: il suo culto nel Sannio

Emilio Bove

Nato a Napoli nel 1954 ha conseguito la laurea in Medicina e Chirurgia, medico a San Salvatore Telesino, giornalista e scrittore collabora con varie riviste di carattere storico.

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Quando la morte nera si diffuse in ogni parte del Sannio non vi furono medicine utili per salvare la popolazione. L’unica cura efficace sembrò essere il miracolo che, purtroppo, per potersi realizzare, aveva bisogno dell’intercessione di un santo.

«A peste, fame et bello libera nos Domine».

Un’antica giaculatoria associa tre fenomeni caratteristicamente collegati tra loro: la peste, la fame e la guerra. Le condizioni di vita dell’uomo medievale, già precarie in condizioni di normalità, subivano un improvviso peggioramento se soltanto uno solo di questi tre elementi si presentava in misura maggiore rispetto alla sua fisiologica presenza.

Sebbene la convivenza con queste condizioni fosse, in qualche modo, normale per l’uomo medievale, le difficoltà derivanti dalla loro presenza rendevano particolarmente preoccupante la vita, l’economia e la società e la loro concomitanza, addirittura, era ritenuta devastante.
Tra tutti i mali dell’epoca, quello della peste era sicuramente vissuto in modo più drammatico per la ineluttabilità dell’evento rispetto al quale l’uomo dimostrava tutta la sua impotenza ed incapacità di reagire.
Quando la morte nera si diffuse in ogni parte del Sannio non vi furono medicine utili per salvare la popolazione. L’unica cura efficace sembrò essere il miracolo che, purtroppo, per potersi realizzare, aveva bisogno dell’intercessione di un santo.

Tra tutti i mali dell’epoca, quello della peste era sicuramente vissuto in modo più drammatico per la ineluttabilità dell’evento rispetto al quale l’uomo dimostrava tutta la sua impotenza ed incapacità di reagire.

In concomitanza con l’epidemia di peste del 1656 molte popolazioni – stremate dalla fame e sopraffatte dalla malattia – affidarono il loro destino alla volontà di un patrono. Diverse comunità convennero nell’urgenza di mettersi sotto la protezione di una potenza soprannaturale a cui consegnare le loro possibilità di sopravvivenza.
Un po’ dappertutto, la scelta di un protettore capace di difendere il popolo dall’epidemia cadde sulla figura di San Rocco di Montpellier la cui storia personale, così come narrata dagli agiografi, fu la testimonianza più genuina delle sue specifiche competenze in materia.

Anche nella provincia di Benevento diversi comuni affidarono la loro protezione a San Rocco acclamandolo come patrono. Molte altre comunità, inoltre, pur non acclamandolo come patrono, lo ebbero in particolare considerazione. Numerose chiese della Campania e del beneventano, infine, furono intitolate al santo francese e molti luoghi di culto sanniti accolsero statue lignee, effigi, altari o simulacri dedicati al santo taumaturgo raffigurato in perenne atteggiamento contemplativo, sempre accompagnato da un cane, suo fedele compagno d’avventura. (1)
Attualmente in Italia più di tremila chiese e cappelle hanno la sua dedicazione mentre ventotto comuni e trentasei frazioni ne portano il nome.
Nel Sannio gli attuali comuni di Arpaise, Cautano, Molinara e Foglianise venerano San Rocco come loro protettore, e numerosi ancora sono i luoghi di culto dedicati al santo.
Tra le comunità ecclesiastiche che tuttora ricorrono al suo ausilio vi sono: Castelpagano, Cerreto Sannita, Circello, Faicchio, Montefalcone in Valfortore, Morcone, Paduli, Pontelandolfo, Sassinoro, San Giorgio del Sannio, San Marco dei Cavoti. Nel Sannio, anche alcuni oratori francescani furono dedicati al santo; emblematici quelli in viale San Lorenzo a Benevento e nella Basilica dell’Annunziata e di Sant’Antonio in Vitulano.

Quali sono le ragioni di tanta popolarità nel Sannio?
Il santo, infatti, non può essere considerato un santo «locale», ossia nato o vissuto per un certo qual tempo o morto nella zona. Come si è detto, il motivo della popolarità e del culto verso San Rocco è legato alla diffusione della peste e di tutte le altre malattie diffusive che, agli esordi del XIV secolo, flagellarono le popolazioni campane raggiungendo, quindi, anche il territorio sannita. In mancanza di adeguate conoscenze, ed in totale assenza di efficaci rimedi sanitari che potessero debellare il «morbo crudele», l’affidamento alla preghiera e l’invocazione dei santi per la loro intercessione risultarono l’unica alternativa utile ad alleviare le sofferenze, i patimenti ed i lutti.
La vita di San Rocco – così come raccontata dalla scarna agiografia tramandataci dai testi medievali – si presta agevolmente a considerare il frate francescano come il santo più indicato per proteggere gli ammalati dalla diffusione delle epidemie. Forse per tale motivo, nonostante si conosca ben poco della vita religiosa di Rocco di Montpellier, dal XII secolo e fino alla fine del XV secolo, pochi santi ebbero fama e popolarità come San Rocco in Occidente.
Il periodo in cui il suo culto si diffuse in tutti i paesi europei è quello della grande propagazione della peste e delle continue sofferenze vissute dalla popolazione europea per il sovrapporsi di diverse epidemie. Poco si conosce di questo misterioso personaggio la cui realtà storica, data l’estrema povertà di dati obiettivi nelle sue biografie, è stata perfino messa in dubbio. (2)
Eppure Rocco s’iscrive in una categoria di santi che esercitarono un grande fascino sulle menti: il fascino dei pellegrini morti di malattia e di sfinimento durante il loro viaggio.
La maggior parte degli storici fissa cronologicamente la vita di san Rocco tra il 1345-50 ed il 1376-79. Montpellier, la sua città natale, si trova nella Linguadoca, in Francia meridionale a dieci chilometri dal Golfo del Leone; è il capoluogo del dipartimento dell’Hérault ed è sede vescovile. Anticamente veniva chiamata Mons Pessulanus, importante centro commerciale visitato persino da san Francesco e sant’Antonio, dotato di affollati musei, di una celebre Università, particolarmente rinomata per gli studi medici, e di una cattedrale dedicata a San Pietro. (3)
Sfumate sono le notizie circa la famiglia d’origine di san Rocco. Composta probabilmente dal padre Giovanni (Jean) e dalla madre Libera (Libère), si tratterebbe di una famiglia agiata, presumibilmente collegata ad importanti incarichi pubblici, forse nobile o quantomeno inserita nel circuito della grande borghesia mercantile.(4)
Durante la sua adolescenza Rocco – il cui appellativo originale corrisponderebbe probabilmente a Roch, Roca o Roqua, nome particolarmente ricorrente nell’onomastica tradizionale – rimase orfano dei genitori. (5)
Fu perciò costretto a vivere nell’incertezza del suo tempo e nel periodo in cui Montpellier rimase completamente coinvolta nel micidiale flagello della peste in più occasioni; nel periodo della sua adolescenza, Rocco sarebbe stato quindi testimone delle tremende epidemie del 1348 e del 1361 con effetti devastanti: le cronache segnalano cinquecento morti al giorno in un solo trimestre, con neanche dieci domenicani sopravvissuti sui quasi centocinquanta presenti in città.
Non è difficile immaginare come tale tragedia segnò una precisa svolta vocazionale del giovane Rocco ed un conseguente impegno personale a favore degli appestati del suo paese. Fu così interiormente rafforzato nella sua decisione di consacrarsi alla sequela di Cristo che si affiliò al Terz’Ordine francescano, cioè quello riservato ai laici che, in base ad un’apposita regola di san Francesco, potevano votarsi ad una vita di profonda religiosità senza, per questo, lasciare il proprio rango sociale ed i propri obblighi familiari.(6)
Rimasto solo al mondo, erede d’ingenti ricchezze, di un nome illustre e di una posizione sociale distintissima, Rocco rinunciò a tutto. Vendette i suoi possedimenti distribuendone il ricavato ai poveri, si vestì del ruvido saio del pellegrino e decise d’intraprendere un pellegrinaggio di penitenza a Roma per inginocchiarsi sulle tombe dei Santi Apostoli. Valicate le Alpi, Rocco approdò in Italia proseguendo il suo pellegrinaggio fino alle porte di Roma. Giunse ad Acquapendente, una cittadina del Lazio in provincia di Viterbo a qualche chilometro di marcia dalla città eterna dove, ignorando i consigli della gente terrorizzata in fuga, chiese di essere accolto nel locale ospedale.
Vi rimase tre mesi, vale a dire fino al diradarsi dell’epidemia, per poi deviare la rotta verso Cesena e, forse, anche nei pressi di Rimini, per inseguire ostinatamente il percorso del contagio e recare conforto alle persone colpite dal male.
Agli inizi del 1368 fu a Roma per prodigarsi nell’assistenza e compiere miracolose guarigioni con la preghiera, apponendo, com’era solito fare, il segno della croce sulla fronte degli appestati.
Presso l’ospedale di Santo Spirito compì un importante miracolo: la guarigione dalla peste di un autorevole cardinale che alcuni agiografi identificano con Angelico Grimoardo. (7) Il cardinale, colpito dalla carità e dalla spiritualità del pellegrino, lo accolse nel suo palazzo come amico e consigliere e lo ospitò per oltre tre anni.
Qui il santo, grazie al suo protettore, ebbe modo di incontrare anche il papa. (8)
Dopo il soggiorno a Roma, prese la via per il ritorno in patria giungendo a Piacenza, altra tappa importante della vita di Rocco da Montpellier. All’ospedale di Nostra Signora di Betlemme, adiacente alla Chiesa di sant’Anna, proseguì la sua incessante opera di conforto ai malati. Ma contrasse egli stesso la peste.
Si trascinò penosamente fino ad un bosco vicino, lasciandosi morire di fame e di sete, per terminare la sua esistenza terrena nell’isolamento e nella serenità.
Quelle terre appartenevano al patrizio Gottardo Pollastrelli, un nobile piacentino che aveva lasciato la propria residenza per sfuggire al contagio.
Il cane di questo nobile, vagando per le terre del padrone, raggiunse il rifugio del santo e lo aiutò a guarire.
Reste – questo è il nome che la leggenda attribuisce al fedele animale – riuscì a sfamare san Rocco portandogli dei tozzi di pane che la bestiola sottraeva alla tavola del suo padrone. Un giorno il padrone del cane, incuriosito dai furti e dall’andirivieni dell’animale, lo seguì fino a scoprire il rifugio del povero ammalato.
Invece di allontanarsi, come gli consigliava Rocco, volle curarlo amorevolmente stringendo con il santo taumaturgo un rapporto di sincera amicizia e di ammirevole solidarietà. La successiva guarigione del pellegrino francese segnò per il nobile piacentino, che fino ad allora si era dedicato soltanto a caccie, feste ed amori, l’inizio di una nuova vita.(9)
Dopo la guarigione Rocco riprese il cammino fermandosi a Novara per curare altri appestati. Giunto ad Angera – o a Voghera – per una missione che gli aveva affidato il cardinale romano, venne tratto in arresto dai gendarmi per sospetto spionaggio e fu rinchiuso in una tetra prigione ove trascorse cinque anni morendovi il 16 agosto, tra stenti e privazioni, all’età di trentadue anni.(10)
Nell’iconografia ufficiale il cane di san Rocco appare frequentemente con il pane in bocca, in raffigurazioni in cui il santo è rappresentato con la gamba sinistra (meno di frequente la destra) scoperta da un vistoso bubbone tumefatto o una piaga purulenta che il santo indica con la mano.(11) Tale raffigurazione, particolarmente diffusa in epoca medievale, simboleggia l’amicizia e la fedeltà e risulta abbastanza popolare tanto che, per due persone particolarmente legate da stretti rapporti di amicizia e di solidarietà, si usa spesso l’esplicito paragone con san Rocco ed il suo inseparabile cane.(12)
San Rocco, inoltre è anche il protettore degli animali più umili e degli armenti, tant’è vero che in molti paesi il 16 agosto – giorno del dies natalis in cui si celebra la morte del santo e la sua rinascita alla vita ultraterrena – si usa benedire gli animali sul sagrato delle chiese.(13)

BIBLIOGRAFIA

(1)R. Di Lello, San Rocco, Reste e la peste in «La Voce del Titerno», Cerreto Sannita, Comunità Montana del Titerno, II, 1, 2006, pag. 12.
(2) Cfr.: A. Vauchez, Rocco in Storia dei Santi e della santità cristiana, Ed. Il Mulino, Milano, 1991.
(3)P. Ascagni, San Rocco contro la malattia, storia di un taumaturgo, Ed. San Paolo, Milano, 1997, pag. 25.
(4)Si ritiene che il padre fosse un certo Jean De La Croix, possidente francese che dal 1356 al 1360 ricoprì molte ed importanti cariche consiliari fino a diventare nel 1363 il console maggiore della città. (N.d.A.)
(5)L. Ferraiuolo, San Rocco, pellegrino e guaritore, Ed. Paoline, Milano, 2003, pag. 28 e segg.
(6) P. Ascagni, Op. cit., pag. 37.
(7) Si racconta che il presule, colto dal terribile male, volle al suo capezzale il giovane santo. Rocco «dopo averlo esortato alla confidenza in Dio, gli fece con il pollice il segno della croce sulla fronte e subito si compì un doppio miracolo: l’infermo risanò immediatamente e sulla fronte comparve impresso e permase poi indelebile il segno della croce». Cfr.: P. Ascagni, Op. cit., pag. 57.
(8) Si tratta di Urbano V, il primo papa a lasciare la residenza di Avignone per rientrare a Roma nel 1367.
(9) A. Cattabiani, Santi d’Italia, BUR, Milano, 1999, pag. 821.
(10) Una variante agli episodi della vita di san Rocco, abbastanza consolidata nella tradizione popolare, vuole che il santo francese rimase nelle campagne piacentine fino alla morte in compagnia del suo fedele animale che rimase accanto a lui fino alla fine lasciandosi morire anch’egli. Li rinvennero così accomunati nella morte, l’uno accanto all’altro. Cfr.: A. Cattabiani, Op. cit.
(11) L. Sterpellone, I Santi e la medicina, San Paolo Editore, Milano, 1994, pag. 245.
(12) Nel gergo dialettale sannita, per indicare due amici inseparabili, viene frequentemente utilizzata l’espressione popolare: «sant’ Rocco e ‘u cacciuttiell’». (N.d.A.).
(13) Nel Sannio, come in molte altre parti d’Italia, i contadini usano appendere alla parete delle loro stalle un’immagine del santo taumaturgo Rocco, per preservare il bestiame dalle malattie più gravi. (N.d.A.).

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