Telese Città Italica: una storia diversa - Telesianarrando

Telese Città Italica: una storia diversa

Carmine Megaro, di professione Avvocato, nato a Savignano Irpino (Av) nel 1937 e vive a Telese Terme. Oltre al saggio “Civitas Thelesie” , ha pubblicato “Il Ruolo di Telese nel Medioevo” e “Il Senso Storico dell’Iscrizione sul Frontespizio della Chiesa del S.S. Corpo di Cristo di Solopaca”

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Dal saggio “Civitas Thelesie: il comune di Telese nel XII e XIII secolo”
Telese, da città Italica a città Italiana.   Appunti per una storia diversa dalle origini al XIII sec.

Problematica di chi affronta la ricognizione delle vicende dell’antica Telese, è l’assoluta necessità di uscire dal confuso limbo della ricerca locale. Da tempo, nel territorio emergono elementi e testimonianze che ribaltano le conclusioni degli studiosi, consentono una nuova lettura delle fonti, propongono ipotesi diverse e aprono prospettive per un protagonismo dei “Cives”. I cittadini, per lungo tempo relegati con la città al rango di “protagonisti succubi” degli eventi di generale portata. Determinati da fattori esterni ed estranei, in una storia che si confonde con la storia delle dominazioni.

L’idea di valorizzarne al meglio il contenuto dei risultati, convogliandoli in un progetto organico, finalizzato, è purtroppo vanificata dalla scarsa inclinazione dei cultori e degli studiosi, ad allontanarsi da certe conclusioni raggiunte nel passato, trascurando vicende qualificanti come la questione delle origini, la continuità cittadina e l’effettivo ruolo di Telese nel medioevo.

Così, le origini della città, risultano ancora legate al mito dell’Ercole fondatore, riproposto dal Rossi nel Catalogo dei Vescovi, o alla leggenda della costruzione sulla cima del monte Acero, all’interno delle mura megalitiche, ad opera dei Protopelasgi, diffusa dal vescovo. Conclusioni insostenibili se si considerano la caducità della prima ipotesi, palesemente legata processi di nobilitazione delle origini e l’improbabilità della seconda, non tanto per il mistero che avvolge le immigrazioni protopelasgiche, quanto per l’accertata datazione delle mura al VII –VI secolo A.C.

Contro simili forzature, per riportare la questione “origini” in limiti storicamente sostenibili, bisogna necessariamente, ritengo, riferirsi ai lunghi e complessi processi che determinano la nascita dei centri abitati in genere.

Il Sannio secondo l’Historical Atlas di William R. Shepherd (1911) (fonte Wikipedia)

Presupposto necessario per la formazione e lo sviluppo dei primi nuclei abitativi stabili sono l’appropriazione e lo sfruttamento collettivo del territorio da parte dei gruppi umani presenti e il passaggio dal nomadismo e dalla pratica dell’allevamento ad una economia fondata sulla produzione diretta.

Le comunità che si appropriano in forma stabile, ai danni delle popolazioni nomade la cui presenza è testimoniata dai resti della capanna a base quadrangolare di Monte Pugliano, sono i gruppi di italici giunti con le prime invasioni delle genti indoeuropee, soliti a stabilirsi in gruppi di abitazioni riunite nei piccoli insediamenti caratteristici delle popolazioni dedite alla agricoltura. Identificati dalla tradizione, negli Opici. A costoro, in epoca storica, si sovrappongono le popolazioni Sabelle di lingua osco-umbra, anch’esse di origine indoeuropea. Tra questi, le tribù sannite dei Lucani, Irpini, Frentani, Carecini, Pentri e dei Caudini.

 

Gli inevitabili processi di fusione etnica, facilitati anche da affinità linguistiche, affermano nelle regioni meridionali quel vasto e solido strato di popolazione italica, di origine indoeuropea, inumatrice, dalla parlata osca. Gli Italici dei monti e delle pianure, distinti dai Greci e dagli Etruschi.

Agli Italici Sanniti, in particolare agli appartenenti alla tribù dei Caudini, si deve la completa trasformazione del più antico insediamento opico le cui poche tracce databili tra il IX ed il V secolo a.c. sono affiorate casualmente, in materiali di risulta, all’interno delle mura della città romana, da villaggio agricolo a città di importanza strategica e commerciale.

 

La Città “Italica “

La testimonianza più antica sulla presenza delle genti osco sabelle nella Valle Telesina sono le mura megalitiche del monte Acero, erette a protezione di un’area di rifugio utilizzabile dalle comunità locali, databili tra il VII e il VI secolo. Appartengono al modello più arcaico, caratterizzato da massi di rilevante spessore, irregolari, posizionati a secco. Distinte e diverse dalle più tarde mura poligonali, dai massi di minore spessore e dalla forma più regolare, erette nei pressi di Faicchio e nella area nord di monte Pugliano. Ma le tombe più antiche nelle aree sepolcrali che delimitano il perimetro della futura città, al pari di quelle rinvenute in agro della stessa Faicchio, non vanno oltre il V secolo. Propongono tuttavia, un ulteriore movimento espansionistico dei sanniti verso valle durante il quale si concretizzano, in maniera stabile e definitiva, l’occupazione dell’agglomerato opico e le prime trasformazioni delle strutture urbane, economiche e sociali.

 La rilevante estensione del perimetro dell’insediamento sannita, oltre che dalle tracce delle necropoli notoriamente ubicate ai margini con le tombe più antiche in prossimità dell’abitato, trova conferma nella circostanza accertata da indagini archeologiche che la città romana occupa solo parzialmente l’area del precedente abitato. Molto più ampia. In grado di contenere ben cinque nuclei abitativi, distinti ma contigui, serviti da un unico impianto viario composto da itinerari urbani che confluiscono in due distinti punti. Ancora presenti nel successivo impianto romano e utilizzati fino alla dissoluzione della città in età tardo – antica.

Le modificazioni delle strutture economiche e sociali invece, trovano conforto nella descrizione di Polibio, quando afferma che la città del III secolo, occupata da Annibale, al tempo della seconda guerra punica è “priva di mura ma ricca di merci”.

Da una fase esclusivamente rurale, quale doveva essere ancora nel IV secolo, la città passa ad una complessa fase produttiva-mercantile dove il prodotto diventa merce. Si sviluppano le attività e le relazioni commerciali e si afferma una produzione artigianale locale che raggiunge alti livelli artistici nei vasi decorati a rilievo. Aumentano gli scambi, come documentano le monete di Isernia, Combulteria e Caiazzo rinvenute in Telesia ed i prodotti locali rinvenuti a Cales e Sepino. Il consesso sociale divenute più complesso e articolato. Nella tradizionale divisione lineare tra una aristocrazia di proprietari possidenti e una classe di lavoratori liberi o sottoposti, si inseriscono i ceti artigianali e mercantili.

La moneta raffigura sul dritto la testa di Minerva con elmo corinzio volta a destra e, sul rovescio, un gallo in piedi volto a destra, dietro astro e scritta in lingua osca TEDIS o TEISIS.

Moneta di Telesia ritrovata a Capua Museo Archeologico di Napoli 265-240 a. C.

Al III secolo risale anche l’unica moneta attribuita a Telese,ritrovata a Cales. Rientra tra gli oboli campani di Bronzo e ha la scritta retrograda in Osco TERIS da pronunciarsi Tedis, atteso che la consonante   dal suono “d” dell’alfabeto osco è rappresentata da un segno simile alla R majuscola.

La consolidata opinione che tale moneta sia l’unica esistente, seppellisce in maniera definitiva il mito della moneta del IV secolo a.C. con il toponomo Tulisiom o Tolisiom, che  per tre secoli ha anche rappresentato la prova della esistenza della città osco-sannita. La lettura del toponimo e l’attribuzione alla città, sono e restano soltanto il risultato di una agiografica quanto inopportuna fantasiosa interpretazione di un erudito abate del XVIII secolo.

La descritta situazione economico-sociale che nel III secolo appare negli aspetti più vistosi, si è sviluppata e si è andata consolidando negli anni, con il solo apporto dell’elemento umano indigeno il quale, pur coinvolto ed influenzato da correnti culturali diverse, egualmente propone una cultura che non è né greca né etrusca, ma semplicemente Italica.

Tuttavia, a conclusione delle guerre puniche la tutela di Roma diventa sempre più asfissiante e provoca la perdita di quel margine di autonomia politica ed economica goduta dopo le guerre con Roma. Viene tolta l’autonomia monetaria e dalla seconda metà del II secolo, già affiorano i sintomi della crisi che nel successivo I secolo manifesta tutta la sua gravità, come testimoniano il progressivo impoverimento dei corredi tombali italici.

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